24 gennaio 2010

Il talento di Taxman premia la Massive Night del Dresscode

di Benedetto Marchese

Locali e realtà come il Matter o il Fabric sono lontanissimi, ma il Dresscode di Ponsacco nella sua versione “Massive Night” continua a proporre appuntamenti degni di nota, in un panorama nazionale nel quale sonorità e protagonisti della drum and bass sono tornati finalmente a riempire le programmazioni di moltissimi club. Un a proposta quella del locale toscano, che svaria dai mostri sacri come Aphrodite ai giovani e promettenti produttori come Taxman, il quale ieri sera nel primo evento del 2010, ha dato prova del talento riconosciutogli dai più importanti protagonisti della scena. Non potrebbe essere altrimenti per Dominic Tindill, cresciuto musicalmente sotto la guida del fratello Adam, meglio noto come Original Sin e subito arruolato nella scuderia Ganja Kru/True Playaz dell’icona Dj Hype (prossimamente a Bologna), al fianco di Zinc e Pascal. Una fiducia che Taxman, ha ricambiato con brani ormai immancabili nelle borse dei suoi colleghi come “Too bad” o “Original Ninja”  il cui intro ha aperto il suo set al Dresscode. Salito tardissimo alla consolle con spliff d’ordinanza e aria soddisfatta da raver passato in poco tempo da una parte all’altra della dancehall; dopo l’ottima introduzione dalle crew di casa Nu Combo/Lookilla, Taxman ha dato il via alla sua esibizione,  la prima in Italia, partendo subito fortissimo con beat pesanti e brani alternati in brevissima sequenza per testare l’attenzione e la predisposizione di un pubblico ormai rodato e sempre numeroso. Un’intesa subito sancita dalla risposta entusiasta della gente che ha visto il dj alternare ritmi funk e bassi profondissimi a beat spigolosi ben oltre i 180 bpm rallentati fino agli attualissimi e non sempre coinvolgenti riverberi dub step. Una varietà di stili che ha tenuto sempre viva l’attenzione su un set che ha spaziato in tutti gli angoli del genere, riscoprendo la magnifica “Lk” di Dj Marky e l’intramontabile capolavoro di Shy Fx “Original Nuttah” con la voce di Uk Apache. Il tutto arricchito da echi jungle e preziosismi tecnici mai banali. Acclamato in patria per le sue più recenti produzioni, Taxman ha dimostrato di meritare il successo fin qui ottenuto applicando senza difficoltà talento e creatività anche ad un set di due ore. Duttilità dimostrata al contempo anche dalla programmazione di un locale che può già permettersi di proporre con ottimi risultati artisti da noi meno noti ma di sicuro avvenire.

22 gennaio 2010

Sara Parolai racconta “Lkj”, vita e battaglie di Linton Kwesi Johnson

di Benedetto Marchese

Ci sono città che più di altre ti entrano dentro, ti trasmettono qualcosa che va al di là delle bellezze artistiche o le attrazioni turistiche, ti affascinano per il loro passato storico e culturale fatto anche di battaglie sociali e razziali. Londra è sicuramente fra queste, col suo dna di contaminazioni e stili che nel corso degli anni hanno segnato buona parte del panorama musicale mondiale. Influenze profonde che hanno ispirato l’esordio letterario della trentenne genovese Sara Parolai, autrice del libro “Lkj – Vita e battaglie del Poeta del reggae” pubblicato dalla Chinaski Edizioni e presentato anche nell’ultima edizione del Rototom Sunsplash ad Osoppo. L’acronimo del titolo è ovviamente quello di Linton Kwesi Johnson, poeta e musicista giamaicano, figura di riferimento nel panorama letterario britannico dagli anni Settanta ad oggi; maestro della “Dub Poetry” che ha riportato fedelmente la realtà e il disagio della sua generazione, quella degli afrocaraibici emigrati nell’Inghilterra Tatcheriana. Un approccio letterario-musicale espresso in Patois, o ancora meglio in “Jamaican” che ne hanno fatto il massimo esponente della comunità Giamaicana a Londra. E l’idea del libro parte proprio da qui, dalla tesi di laurea realizzata dall’autrice nel 2004 dal titolo “Afrocaribici a Londra: Linton Kwesi Johnson Cantore dub del sociale”, e da una serie di interviste realizzate nel corso degli anni con il poeta. Un’amicizia quella nata con il musicista, che ha portato Sara Parolai a conoscere da vicino la realtà sociale di quella pagina della storia inglese, dal massacro di New Cross, agli incidenti di Notting Hill fino alle rivolte di Brixton riprese anche da Don Letts nel suo “Culture clash”, la cui vicenda ricorda molto da vicino quella di Jonhson. “Nonostante non ami molto farsi intervistare mi ha accolta benissimo –racconta Sara- passeggiando con lui per Brixton ho capito ancora meglio la valenza culturale delle sue opere, nonostante adesso la situazione nel quartiere sia notevolmente migliorata rispetto ad allora. Ho avuto modo di conoscere i luoghi più significativi e i suoi amici più cari”. E nelle pagine del libro la biografia di Linton Kwesi Johnson è affidata proprio alle parole delle persone a lui più vicine che ne delineano un profilo di altissimo spessore morale oltre che culturale ed artistico. “Londra – prosegue l’autrice – mi ha aiutata a capire a fondo il reggae dato che nella storia del genere la città ha avuto un ruolo fondamentale. La passione per la musica mi accompagna da sempre avendo anche un padre musicista, ma il dub e le poesie di Linton mi hanno trasmesso l’amore per il reggae”. Una passione spoglia di ogni fastidioso luogo comune legato al genere ma anzi profondamente connessa a tutti i suoi valori più profondi che nel libro escono delineati in una storia essenziale ma dettagliata grazie anche alle note esaustive. Ma “Lkj” non è solo un’opera in bilico fra linguaggi tesistici e biografici espressi in una forma perfettamente scorrevole; l’autrice infatti racconta anche dell’intervento di Johnson al Festival della Poesia di Genova, aggiungendo al libro punti di vista personali ed autobiografici che ne impreziosiscono i contenuti. “L’esperienza con Linton è stata meravigliosa, ho imparato molto –conclude Sara le cui ricerche sui protagonisti della dub poetry proseguono con successo- mi ha notevolmente arricchita facendomi capire il valore della parola attraverso le esperienze, i luoghi e le emozioni vissute; dandomi modo di rapportare la sua poetica nella nostra società”. Un viaggio nella poesia della musica che parte da Kingston ed arriva a Londra passando per Genova, fra riverberi dub e il valore di un ottimo esordio letterario.

(Foto: Luca Sgamellotti per Rototom Sunsplash)

Sara Parolai

“LKJ, vita e battaglie del poeta del reggae”

Chinaski Edizioni

18 gennaio 2010

“Uno sporco reggae” noir in levare di Andrea Bolla

di Benedetto Marchese

Assassini spietati, misteri, detective e colpi di scena. Nel libro di Andrea Bolla “Uno sporco reggae”, edito da Statale 11, gli ingredienti fondamentali per un ottimo noir sono legati fra loro molto bene, ma a rendere particolarmente affascinante l’opera prima dello scrittore di Acqui Terme è l’ambientazione scelta per la storia. In Giamaica infatti vive e lavora Roberto Agostini il cui misterioso omicidio riporta sull’isola l’amico e protagonista Andrea Papini, detective privato bolognese incaricato dalla famiglia della vittima di fare luce sull’accaduto. I frammenti di una trama ricca di personaggi ben delineati nei loro aspetti emotivi e caratteriali, vengono così ricomposti pagina dopo pagina in un’indagine condotta con la rabbia e con il cuore in nome esclusivamente dell’amicizia. Lo sporco reggae che da il titolo al libro è infatti quello macchiato dal sangue che un killer spietato ed un mercenario senza scrupoli lasciano sulla loro strada dopo efferati omicidi, innescati da un viscido movente e da un torbido passato che torna a distanza di vent’anni. Andrea, l’amico poliziotto e gli altri protagonisti che ruotano attorno al Jahmekya vengono così coinvolti in una pericolosa avventura che si snoda fra le radici, la cultura e soprattutto la musica di un luogo affascinante e misterioso come la Giamaica. Tutta la vicenda infatti è scandita dalle parole e dalle sonorità del reggae che negli anni l’ha resa vero e proprio punto di riferimento per milioni di appassionati in tutto il mondo. Ogni capitolo si apre così con alcuni versi tratti da brani di Robert Nesta Marley, Buju Banton o i nostri Africa Unite; o ancora con le parole dello scrittore e poeta Claude Mc Kay, mentre la narrazione è spesso ritmata dai brani di Horace Andy, Junior Kelly e degli altri personaggi storici del genere, ma anche da Rino Gaetano o i Casino Royale. Una vera e propria colonna sonora che contribuisce a coinvolgere il lettore in una vicenda che all’impostazione prettamente noir alterna il punto di vista emotivo e a tratti autobiografico dello scrittore verso la Giamaica e la sua cultura. Parallelamente alla trama thriller infatti “Uno sporco reggae” regala anche uno spaccato dettagliato e assolutamente privo dei luoghi comuni ai quali siamo abituati, sulle esperienze e le usanze non solo di Negril, Montego Bay o Kingston, ma anche del Rastafarianesimo. Dai simboli, come i Leoni di Judah, alla meditation o al saggio fatalismo tipico dei Rasta; Andrea Bolla grazie anche alle accurate descrizioni dei luoghi, delle tradizioni e della tormentata storia del popolo giamaicano, compone un secondo livello di lettura che è forse il vero punto di forza dell’opera. Un libro scritto con la “consciousness” di chi ama quei luoghi e il ritmo in levare di chi non dimentica le proprie radici e la propria cultura.

Uno sporco reggae

di Andrea Bolla

Statale 11 editrice

16 gennaio 2010

Al Blue Moon trionfo reggae con David Rodigan e Eazy Skankers

di Benedetto Marchese

(pubblicato su Cittadigenova.com il 16/01/10)

Big night doveva essere e grande notte è stata ieri al Blue Moon di Marassi per il primo appuntamento del 2010 firmato da Raidicaballanu. L’associazione, che sta già lavorando alla prossima edizione della Festa del Sole, ha trovato nel locale una validissima base per eventi saldamente legati alla musica reggae come ha dimostrato la prima di ieri con Eazy Skankers e David Rodigan. Una lunga e caldissima notte in levare iniziata con la presentazione dell’ottimo libro di Andrea Bolla “Uno sporco reggae”, noir edito da Statale 11 profondamente influenzato dalle sonorità giamaicane che poco dopo sono state tradotte in musica. L’affiatato gruppo savonese, che ha al suo attivo collaborazioni con artisti del calibro di Michael Rose e Lutan Fyah ed ha ricordato le vittime di Haiti, si è distinto con un set roots molto inteso nel quale hanno brillato l’ottima “Don’t let dem cry” e la perla “To the foundation”, prima dell’intermezzo a cura di Cuffa Sound che ha introdotto l’ospite d’onore della serata. Non è un dj come tutti gli altri David Rodigan, non solo per i trent’anni di carriera che ha alle spalle, ma anche per come riesce a trascinare i suoi spettatori in un viaggio sonoro che si snoda attraverso vinili e cd spesso introvabili o stampati appositamente per lui. Una conoscenza musicale di cui ha dato subito prova, aprendo il suo set con una cover di “Giamaica”, brano di Giorgio Consolini targato 1958. Accompagnato dalle luci degli accendini e dal travolgente entusiasmo del numerosissimo pubblico che ha riempito il Blue Moon, il distinto inglese di mezza età ha proseguito il suo show con l’inconfondibile voce di Alborosie che infiammato una dance hall che per oltre due ore ha continuato a ballare con i dubplates di un Rodigan in gran forma. Ecco allora Shaggy, Bounty Killer, Boom da Bash, il classico “Operazione sole” di Peppino di Capri e la versione di “Messico e nuvole” firmata da Giuliano Palma e Blubeaters e ancora Gioman e Killacat con “Musica”, fino al breve blackout che ha concesso qualche secondo di tregua alle gambe di un pubblico provato ma entusiasta . Non ne ha avuto bisogno il dj, con tshirt griffata Festa del Sole ed una copia di “Uno sporco reggae” sulla consolle, che poco dopo intonando “Blue moon” ha ripreso ad incitare la sua gente, a saltare e a spingere ritmi storici come “Police in helicopter”, altri brani di Alborosie, la versione personalizzata dell’inno salentino “Radici ca tieni” dei Sud Sound System ed una carrellata di super classici che hanno messo a dura prova la tenuta dello scintillante locale di Marassi. Pezzi leggendari come “Israelites”, “My boy lollipop”, “Carry go bring come” hanno anticipato una lunga dedica a Robert Nesta Marley e imprevedibili chicche come “La società dei magnaccioni” di cui Rodigan ha mostrato con sorridente orgoglio il 45 giri e ancora “Volare” e “O sole mio”. Il finale, poco prima dell’alba, è stato affidato a Marley con “Stir it up”, bis acclamato da un Blue Moon che ha decretato con il suo entusiasmo il trionfo di questo primo e fortunatamente non ultimo appuntamento con il reggae a Genova.

30 dicembre 2009

L’avventura del Rototom Sunsplash continuerà in Spagna

di Benedetto Marchese

Qualcuno se ne va in cerca di un futuro lavorativo, altri attirati da contratti milionari, altri ancora costretti da leggi intolleranti. Non fuggono solo cervelli e allenatori di calcio nell’Italia dei giorni nostri, ma anche associazioni e festival musicali che negli ultimi anni hanno contribuito a trasmettere qualcosa di significativo ed importante a migliaia di giovani. È il caso del Rototom Sunsplash, il più importante raduno di musica reggae in Europa, che dalla prossima edizione lascerà il meraviglioso Parco del Rivellino di Osoppo in Friuli per trasferirsi in Spagna. La notizia è stata comunicata nei giorni scorsi dall’associazione organizzatrice attraverso le pagine del proprio sito ufficiale, nel quale si spiega come da parte delle autorità spagnole siano subito arrivati attestati di stima ed apprezzamento nei confronti di un evento capace di richiamare quasi centocinquantamila spettatori in dieci giorni di programmazione. Numeri che in pochi anni lo hanno consacrato come uno dei festival più seguiti in Europa ma che qui in Italia, dove aveva iniziato la sua avventura ormai molti anni fa, è stato dichiarato illegale in seguito all’applicazione della Fini-Giovannardi secondo cui il suo presidente Filippo Giunta avrebbe agevolato l’uso di marijuana all’interno dell’evento. Una rigida osservanza della legge che ha di fatto reso impossibile la realizzazione di un’altra edizione non solo in Friuli ma in tutta la penisola. Ecco allora la scelta obbligata di cercare all’estero una location in grado di ospitare la manifestazione ed il suo numeroso seguito che al di fuori dei nostri confini gode di altissima considerazione non solo per la musica ma anche per il clima di serenità e libertà che riesce a creare. La libertà che è mancata proprio qui, dove il reggae e le tradizioni giamaicane fanno più paura dell’ignoranza o della cocaina il cui consumo accomuna ormai narici di ogni classe sociale e fascia d’età. Qui dove l’unico festival che è riuscito a resistere migliorandosi di anno in anno mantenendo intatti i propri ideali deve smontare il proprio palco per andare a costruirlo altrove, dove la cultura viene ancora visto come un valore e non come un ingombro. A nulla sono valsi i messaggi di sostegno arrivati a Giunta da moltissime personalità della società civile e alla campagna “Io agevolo” attivata negli ultimi mesi, sostenuta anche da un brano di Alborosie; il Rototom Sunsplash ed i suoi organizzatori si sono dovuti rassegnare a cercare altrove uno spazio libero ed accogliente. Ecco allora la Spagna ed un’area ideale da cercare fra Madrid, Salamanca ed i Paesi Baschi,  insieme ad altri luoghi che nei prossimi mesi saranno valutati prima della scelta finale per la sede che ospiterà l’edizione 2010. L’avventura del Rototom dunque continua, con Babilonia malinconicamente alle spalle e una nuova Zion da raggiungere; buona fortuna.

21 dicembre 2009

Al Dresscode lezione di club culture firmata Aphrodite

di Benedetto Marchese

Allerta meteo, neve e ghiaccio ovunque; un monito abbastanza chiaro: “mettersi in viaggio solo se necessario”. Aphrodite che suona a cento chilometri da casa è un motivo più che valido per pattinare sull’autostrada in un sabato sera deserto e raggiungere Ponsacco ed il Dresscode, nel rinnovato club la cui serata “Massive Night” continua ad offrire eventi di grande livello. Se nell’ultimo decennio hai visto quasi tutti i personaggi fondamentali della scena, collezionando dj set come appuntamenti unici non puoi perderti Gavin King, un pezzo di storia passato dai rave illegali alla jungle, dalla drum and bass alle sfumature più attuali e recenti senza mai perdere la classe degli esordi. L’inizio è curato dalle crew di casa, Nu Combo, Numa e Lookilla, che scaldano l’ambiente con un po’ di classici reggae che gradualmente accelerano verso ritmi più veloci, mentre fra scivoloni ed imprecazioni per il freddo all’esterno la dancehall si riempie in attesa dell’ospite. Si fa attendere quasi fino alle due Aphrodite, il quale solo pochi minuti dopo è già pronto per far ballare giovani e meno giovani con una prima parte di set dedicata ai brani più attuali dalla marcata impronta Ram con la hit “Rock It” di Sub Focus fra le più intriganti. Essenziale nei passaggi, senza pose e con pochi fronzoli il dj che ha suonato davanti a migliaia di persone in ogni parte del pianeta, per quasi un’ora passa in rassegna il meglio delle ultime produzioni, prima di spostarsi su una seconda parte intrisa di jungle e perle più o meno note. Lo spartiacque è il remix di “Under mi sensi” di Barrington Levy, masterpeice assoluto che rallenta i bpm solo per pochi secondi per riprendere sulle cadenze che segnano il resto della serata; brani dagli affascinanti inserti vocali si alternano a vere e proprie chicche come il passaggio su “Stalker” immortalata in una delle scene più significative del film “Human Traffic”. Qui non c’è bisogno di chiedere Jungle al dj come i due protagonisti della pellicola, nel suo set lineare e perfetto Aphrodite soddisfa ogni desiderio di un pubblico variegato ma attentissimo, che lo segue in ogni passaggio fino a remix storici; quelli che anni fa richiedevano interi pomeriggi per essere scaricati da Napster. Ecco allora “Ready or Not” dei Fugees e gli accenni reggae di “Welcome to Jamrock”, mentre nessuno, dopo più di due ore accenna a lasciare il proprio posto, compreso il veterano dietro ai piatti che girano quasi fino alle prime luci di un’alba gelida ed ovattata. Un altro prezioso frammento di storia della club culture da conservare con cura sulla strada verso casa.

5 dicembre 2009

Congo Natty infiamma il Viper, l’Italia riscopre la Drum and Bass

di Benedetto Marchese

Trascorsi ormai più di dieci anni, fa un certo effetto ritrovarsi nuovamente in coda per un evento drum and bass con guest d’Oltremanica dopo le tante serate passate al Maffia, nell’indimenticabile oasi della club culture italiana che ormai da qualche mese ha chiuso i suoi gloriosi battenti. Mentre in Inghilterra con il passare del tempo l’attenzione verso il genere è cambiata ed è rimasta legata principalmente ai grandi eventi, in locali come Fabric e Matter su tutti, qui da noi dopo anni di buio totale la drum and bass si è improvvisamente ritagliata uno spazio importante attirando l’interesse dei più giovani. Allora erano Reggio Emilia ed il locale che ha importato, con Pergola e Brancaleone, uno dei generi più affascinanti della produzione elettronica inglese. Oggi, a segnare un graditissimo ed insperato ritorno di certe sonorità, sono fra gli altri i toscani Dresscode di Ponsacco con “Massive Night” ed il Viper di Firenze con la serata “Alter Nite”; che negli ultimi mesi hanno coraggiosamente scommesso, e fin qui stravinto, provando a proporre musica drum and bass ad un pubblico in larga parte nuovo, così come sta accadendo con confortante continuità molti altri locali italiani. Alle consolle negli ultimi mesi si sono alternati Benny Page e Storm, Dillinja e Simon Bassline, fino a Congo Natty e Tenor Fly che ieri sera hanno infiammato il locale fiorentino con un set old school in puro stile jungle. L’ex Rebel Mc, figura leggendaria della scena, è stato accolto con grande entusiasmo da un pubblico che non si è risparmiato nelle due ore aperte e concluse dal reggae che agli albori ha ispirato tutto il genere, dal “Chase the devil” in apertura a “One Love” per il gran finale subito dopo il masterpiece “Junglist”, in assoluto uno dei pezzi più belli dell’intera scena. Dreadlocks raccolti,  barba incolta e spliff per il Rasta che ha unito le sonorità reggae ai primi ritmi jungle negli anni Novanta, rime incessanti e continue citazioni per l’mc Tenor Fly, voce storica ed inconfondibile come quella di Uk Apache. La vecchia scuola davanti di fronte ai nuovi soundboys i quali, ottimamente istruiti dai dj resident, seguono i due protagonisti della serata in un viaggio sonoro che ripercorre tutto il meglio della produzione di Congo Natty, passando attraverso i grandi classici giamaicani; accennati vocalmente oppure fatti girare in loop nei vinili le cui puntine spesso si alzano per tornare indietro e ripartire da capo. Exodus diventa Police in Helicopter, mentre il sottofondo rimane costantemente su sonorità jungle e drum and bass e il carismatico Congo Natty invita a più riprese la gente a celebrare con gli accendini le liriche dell’mc. Vecchi leoni e giovani kids che al Viper come al Dresscode dimostrano di apprezzare gli sforzi e l’audacia organizzativa di chi prova a proporre qualcosa di diverso e suggestivo. Avanti così, si può solo migliorare.

16 ottobre 2009

Niente tessera sono inglesi, un pomeriggio da tifoso in Premier League

Foto B.M.

Foto B.M.

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su cittadigenova.com e cittadellaspezia.com l’11/10/2009)

Biglietto rigorosamente nominale in una mano, carta d’identità nell’altra e perquisizione post tornello. Procedura ormai ordinaria per tutti i tifosi italiani che assiduamente seguono la propria squadra del cuore e che da gennaio si troveranno ad aver a che fare anche con la famigerata e tutt’altro che attesa tessera del tifoso. Non proprio l’approccio ideale per quello che dovrebbe essere esclusivamente un appuntamento di passione magari impreziosito da una vittoria o da una bella partita; una sensazione ancora più frustrante qualora capiti di ritrovarsi Oltremanica per una qualsiasi partita di Premier League. Uno degli innumerevoli derby di Londra ad esempio, quello fra il West Ham di Gianfranco Zola ed il Fulham di Roy Hodgson nel quartiere popolare di Newham nell’est metropolitano. Nel viaggio dal centro cittadino verso Upton Park, i vagoni della metro, col susseguirsi delle fermate si riempiono dei colori Claret & Blue dei tifosi che una volta a destinazione si riversano nella lunga Green Street che porta allo stadio e alla statua che celebra Bobby Moore e gli eroi del Mondiale del ’66. Niente a che vedere con le recenti immagini degli scontri con i rivali di sempre del Millwall o le imprese dell’aspirante hooligan Frodo-Elijah Wood; la strada è invasa dei supporters di casa il cui religioso percorso verso il Boleyn Ground casa del West Ham, è contraddistinto dalle tradizionali consuetudini: l’acquisto del match programme, la birra e l’hamburger con gli amici e la tappa obbligata fra bancarelle e negozio del club per gli ultimi arrivi del merchandising. Non manca quello griffato “Inter City Firm”, il materiale della gang che negli anni Ottanta portava scompiglio negli stadi di Sua Maestà ed ora è acquistabile proprio di fronte all’ingresso principale. Il rispetto della coda, sia essa per un panino o per una maglietta è essenziale, ma quella che porta ai botteghini colpisce per rapidità di scorrimento ed il motivo è spiegato appena arriva il proprio turno. I biglietti preventivamente acquistati sul sito ufficiale del club, tre con un solo nominativo uguale per tutti, e pagati comodamente con carta di credito, vengono stampati e consegnati in brevissimo tempo e soprattutto senza l’esibizione di alcun documento; tutto viene affidato al codice numerico che si riceve via mail. La procedura, di per se sorprendete rispetto ai nostri standard, risulta ancora più semplice e snella al momento dell’ingresso. Mostrando solo il biglietto allo steward in pochi secondi si passa dal tornello al cuore dell’impianto. Niente carta d’identità, nessuna perquisizione ne tantomeno alcuna tessera da esibire; solo molta cordialità e la sensazione di apprestarsi davvero a vivere una partita di calcio. La conferma arriva una volta preso posto sugli spalti che in pochi minuti si colorano dei colori di casa e dei simboli che ne hanno fatto la storia, i martelli incrociati ed il numero 6 del capitano campione del Mondo. Quando tutti sono già sistemati nel proprio seggiolino, lo stesso di stagione in stagione, come testimoniano i saluti con i vicini di gioie e dolori, ecco l’inno “I’m forever blowing bubbles”. Tutti in piedi per seguire gli altoparlanti che dopo una strofa lasciano spazio solo al coro dei tifosi e al loro orgoglio. L’atmosfera testimonia perfettamente il senso di appartenenza del popolo degli Hammers alla propria squadra nonostante da anni sia lontana dai vertici della sempre più esterofila Premier, con i suoi dieci presidenti stranieri, padroni di casa compresi. Sul perfetto terreno di gioco però lo spettacolo non è dei più entusiasmanti nonostante il vantaggio dei locali dopo pochi minuti con Cole. Il gioco delle due squadre fa sicuramente rimpiangere il nostro campionato, ma ai tifosi bastano un tackle efficace o un tiro da venti metri per alimentare il proprio entusiasmo mentre il solo Diamanti sembra essere capace di fare la differenza fra i ventidue. Gli ospiti decidono di non stare a guardare il talento italiano e sospinti anche dal sorprendente calore dei propri sostenitori ribaltano il risultato nella ripresa nonostante l’uomo in meno. In quello che è anche un derby fra quartieri diversi per status sociale, la working class da una parte e quella più agiata dall’altra, l’esperienza di Hodgson sembra avere la meglio sull’abilità tattica di Zola, fino al novantesimo quando Stanislas appena entrato pesca il tiro fortunoso che regala il tanto sofferto pareggio al West Ham. L’applauso finale, sentito e convinto, sembra non risentire della classifica non proprio esaltante, e poco dopo i supporters delle due squadre si ritrovano nuovamente sulla strada verso la stazione, fianco a fianco in coda in attesa del treno, ognuno con i propri i colori e le prorprie sensazioni dopo un intenso pomeriggio come tanti dedicati al football. Perché il tifoso lo fanno il calcio e la passione, non una tessera.

23 settembre 2009

Festival della Mente/ Franck Maubert e il genio di Francis Bacon

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su cittadigenova.com e cittadellaspezia.com il 6/9/09)

Il nichilismo, la poetica, le influenze e il caos artistico dello storico studio londinese di South Kensington. Ci sono tutti i tratti essenziali della vita e dell’opera di Francis Bacon nel libro di Frack Maubert presentato al Festival della Mente di Sarzana. “Conversazione con Francis Bacon”, rientra infatti nella collana edita da Laterza e legata alla manifestazione che esalta la creatività in tutte le sue forme. Scelta perfetta quella del pittore inglese il cui talento e l’indiscussa genialità vengono descritte nell’opera. “I primi incontri si sono svolti nel 1982 –ha raccontato Maubert nell’incontro moderato da Stefano Zecchi- io all’epoca mi occupavo d’arte per l’Express e dopo tre anni sono riuscito a mettermi in contatto con lui. In precedenza avevo raccolto molto materiale, ma ero interessato a conoscere il personaggio e la sua storia”. Il libro arriva a poche settimane dall’anniversario del centenario della nascita dell’artista che nelle conversazioni trasmette le sue emozioni costruendo la sua identità attraverso le sue debolezze, “Non era un mostro come si poteva dedurre dalle sue pitture –aggiunge Maubert- era sincero quando diceva di non credere in niente, si definiva nichilista, non voleva apparire, era attento educato e squisito. Ogni tanto mi chiamava e s’interessava a quello che stavo facendo; conduceva una vita molto modesta”. Ha infatti assunto tratti ormai leggendari la storia del suo studio di Reece Mews, smantellato e dettagliatamente ricostruito nella Hugh Lane Gallery di Dublino, polvere e macchie di pittura comprese. “C’era uno studio camera da letto –ricorda l’autore- e un bagno cucina, stanze del caos che si aprivano raramente soprattutto ai critici. Nelle foto ho cercato di rendere il modo di vivere di Bacon”. Sollecitato da Zecchi, il quale non ha esitato ad esprimere critiche verso gli artisti che s’improvvisano tali senza le necessarie conoscenze, l’autore ha spiegato all’attentissima platea le fonti d’ispirazione di uno degli artisti più importanti del Novecento. “Bacon ha cercato di concentrarsi analizzando l’essere umano nella sofferenza, voleva cogliere la visione di se stesso ma non aveva modelli, cercava di rendere molto bene la dissociazione del suo volto; “Scarnificando” l’uomo ha saputo renderlo nelle sue forme. Lo immaginava come carne, nella macelleria di Harrods vedeva esseri umani fatti a pezzi, carne esposta. Aveva una visione estetica della carne, era interessato al riflesso del grasso su di essa. Quando dipingeva non partiva da idee particolari, lo spunto poteva essere magari una poesia di Garcia Lorca ma in itinere la tela si trasformava in altro. La sua era una ricerca non della verità che si fa ma che è impossibile da trovare”. Volti sfigurati che lo stesso Bacon nel libro definisce influenzati dalla perdita di tanti amici: “Provo a trasmettere una realtà dell’immagine nel suo momento più straziante”. “Nel Novecento l’artista ha perso la sua centralità –ha aggiunto Zecchi- si è dimenticato che l’educazione estetica è stata alla base della formazione dell’uomo mentre solo dopo è arrivata l’educazione scientifica. Bacon è stato un protagonista della rivoluzione formale, ha lavorato nella direzione di Picasso; la deformazione è stata la cifra caratteristica, come nel caso di Innocenzo Terzo ripreso da Velasquez il quale è stato un punto di riferimento per Picasso come per lui”. Nel libro infine non manca un curioso ed interessante capitolo che accosta il Bacon pittore ed artista al Francis Bacon filosofo e saggista: “Ho fatto questo parallelo di fantasia –ha spiegato l’autore- perché se non fosse stato pittore sarebbe stato sicuramente un filosofo per la sua intelligenza brillante, per la pertinenza dei suoi interrogativi, per la sua abilità nella conversazione e per la conoscenza della poesia e della letteratura”. Creatività purissima di una mente geniale, il tutto a portata di libro.

12 settembre 2009

Festival della Mente/ Davide Oldani, la cucina d’autore diventa Pop

Foto B.M.

Foto B.M.

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su Cittadigenova.com 06/09/09)

Alta cucina a basso costo, utopia? Nient’affatto, è la filosofia di Davide Oldani, chef milanese che questa mattina all’interno del Festival della Mente ha raccontato la sua idea di cucina “Pop”. Popolare, creativa e figlia della passione per il proprio mestiere del suo autore. Oldani, orgoglioso discepolo del maestro Gualtiero Marchesi, ha spiegato alla giornalista Camilla Baresani e al pubblico di Sarzana quello che è un vero e proprio manifesto concettuale che va ben al di là della semplice idea di ristorazione. Se il cliente riesce a godere di portate di altissimo livello spendendo 11.50 euro per un pranzo completo, è solo perché alle spalle c’è un lavoro che parte da lontano: “Ho lavorato con grandissimi maestri –racconta Oldani- ma anziché fare le cose in grande ho scelto di tornare alle origini, al mio paese, entrando nel mercato cercando d’imporre la mia idea”. Ecco allora la cucina accessibile a tutte le tasche ma assolutamente personale, a partire da un brand ben preciso nel nome: “D’O” non solo iniziali di Davide Oldani, ma anche lettere che accostate in giapponese significano “via”; il primo passo, quello della cucina tradizionale. “L’idea –ha aggiunto- è quella di far assaggiare nouvelle cousine e cucina destrutturata alla maggior parte delle persone. Io non ho inventato nulla, ho solo riscoperto delle tradizioni sulle quali mi baso applicando nuove idee”. Quelle che ogni giorno gli permettono di riempire il suo locale da 34 coperti e dove per un tavolo si possono attendere alcuni mesi o dove si mangiano solo prodotti di stagione e materie prime della tradizione. Ridurre i costi assicurando la qualità e rinunciando al superfluo; sembra un qualcosa di irrealizzabile e invece non lo è, almeno al “D’O” dove anche le stoviglie sono appositamente studiate: la posata unica che unisce le peculiarità di coltello, forchetta e cucchiaio; il bicchiere di cristallo spesso e più resistente; il piatto da zuppa o la tazzina con cucchiaino che preserva gli aromi del caffè. “Il compito del cuoco è nutrire e dare gusto” aggiunge lo chef la cui promettente carriera di calciatore era stata stroncata da un terribile infortunio, “Ogni passaggio nella preparazione di un piatto ha un perché, come nel classico riso allo zafferano nel quale gli ingredienti vengono cotti separatamente e il tocco finale lo da un elemento stagionale”. L’idea nuova di cucina pop affonda però le radici nella gavetta di Oldani con fuoriclasse come Ducasse e Roux oltre al già citato Marchesi, nell’esperienza maturata negli anni e rielaborata grazie ad applicazione e creatività, ma anche al diretto contatto con la gente: “Il confronto con i clienti è fondamentale, tutti mi portano qualcosa che posso assimilare, non mi sento un cuoco artista”. Tempi di servizio brevissimi, ingredienti sempre nuovi, personale essenziale e preparato; niente di rivoluzionario ma studiato nei minimi dettagli, negli accostamenti e negli equilibri dei sapori che fanno avvicinare la gente. “Anche se l’attesa per i tavoli –fa notare Camilla Baresani- rende il tutto molto Pop-chic”, definizione che piace allo chef e potrebbe essere al centro di nuove idee per un concetto di cucina sempre in evoluzione, nel quale anche il vino diventa secondario: “Perché un piatto ben cucinato non ha bisogno di liquidi” e dove il tartufo, ingrediente expensive per eccellenza, diventa pop se proposto come profumo all’interno di un soufflé. Un ristorante in cui la scarpetta a fine pietanza è incoraggiata e lo chef viaggia in 500. Nessuna utopia, solo gustosissima realtà.

8 settembre 2009

Festival della Mente/ Roberto Saviano e la forza delle parole

Foto Nicola Giannotti

Foto Nicola Giannotti

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su cittadigenova.com e cittadellaspezia.com il 7/9/09)

C’è chi aspetta anche un’ora sotto il sole e chi varca i cancelli della Fortezza Firmafede solo quando la giovane volontaria del Festival della Mente annuncia l’evento speciale: “Roberto Saviano, la libertà comincia con le parole”. Ci sono giovani e pensionati; politici, studenti, operai ed avvocati; immobili sulle sedie o in attesa assiepati ai lati della platea già parecchi minuti prima che l’autore di Gomorra faccia il suo ingresso sul palco, accompagnato dalla scorta e dall’applauso sentito dei duemila presenti. Cala il silenzio sulla Cittadella così come sul resto della città di Sarzana dove in centinaia seguono l’intervento davanti ai megaschermi; mentre lo scrittore inizia il suo monologo e due uomini della scorta si sistemano ai suoi lati. Un quadro quasi irreale che focalizza l’attenzione sulla sua figura in completo nero che contrasta con lo sfondo bianchissimo, in un clima dalla forte carica emozionale sia per il pubblico che per l’ospite più atteso della sesta edizione del Festival. Saviano comincia parlando al plurale, usando il “Noi” che racchiude il gruppo fidatissimo di persone che da anni condividono ogni momento della sua vita: “Per noi è sempre strano incontrare tante gente, i miei colleghi possono salutare i propri lettori, io posso solo guardarli”. E tutti coloro che hanno letto Gomorra, ogni articolo e ogni notizia riguardante la sua storia sono lì, incrociano il suo sguardo; seguono il gesticolare delle mani i cui anelli rappresentano l’unico vezzo di un ragazzo di appena trent’anni condannato all’esilio. “Le mie parole hanno il senso della libertà –continua Saviano- come quelle del fotoreporter Christian Poveda, ucciso per aver realizzato il film “La vida loca” su Le Maras, i narcotrafficanti del Salvador. Si è parlato poco di questo fatto perché si pensa che la gente sappia già tutto, ma non è così e le mafie sono terrorizzate dall’idea che la gente leggendo capisca. La responsabilità maggiore per chi racconta queste cose è arrivare alle persone. Nulla di ciò che scrivo fa paura, loro hanno paura di chi legge”. Il “Loro” che indica indistintamente i responsabili della morte di Poveda come di Anna Politkovskaja, il piccolo Giuseppe di Matteo o Don Peppe Diana. “L’ho difeso dalle calunnie –aggiunge Saviano sul prete ucciso dalla Camorra- per una questione d’onore e per fortuna Pecorella ha chiesto scusa. Spesso il destino è fra la morte e la delegittimazione, la calunnia, come per Padre Puglisi a Palermo. Falcone diceva che la calunnia si distrugge da sola, ma non ci sono mai pallottole senza denigrazioni”. La vergogna della gente nell’aver a che fare con qualcuno che ha “infangato” la propria terra: “La mia è una vita noiosa –aggiunge- ma mi ha permesso di vivere situazioni impensabili, come con i padroni delle case che abbiamo cercato, felicissimi di ospitare i Carabinieri ma non il sottoscritto. Quando ti occupi di certe cose ti si crea un deserto intorno, ma quando parli alle persone le parole cambiano, diventano concrete e i miei lettori hanno deciso che il meccanismo si rompesse. Le mafie sono terrorizzate dalla parole perché sono abituate alla penombra. Non puoi permetterti di scoraggiarti –sottolinea trasmettendo tutta la malinconia di una vita vissuta sotto scorta- ma mi capita spesso perché Gomorra mi ha rovinato la vita per sempre, però lo rifarei”. Parole che colpiscono, frasi già sentite o lette ma che assumono un valore ancora più forte se ascoltate dalla voce diretta di Saviano, che percorrendo il filo interminabile della malavita di casa nostra parte da alcune inchieste svolte negli Usa, nelle quali fra le cinque organizzazioni criminali più potenti figurano Camorra, Mafia e ‘Ndrangheta; per arrivare a Castelvolturno, “Luogo della diaspora degli africani, che ha visto morire Miriam Makeba davanti a poco più di trenta persone. Una morte della quale un po’ mi sento responsabile perché avvenuta in un concerto contro la Camorra”. Lei, un simbolo, perseguitata per trent’anni dal suo paese per una canzone gioiosa ed innocua come Pata Pata, “Perché la gioia mette paura”. Poi il riferimento alle domande poste dal quotidiano la Repubblica a Silvio Berlusconi, fatto senza citare nessuno dei protagonisti: “In passato ho ricevuto più volte attestati di solidarietà dal centrodestra, ora sogno che gli elettori si rendano conto che una risposta è necessaria, c’è bisogno di uno scatto di coscienza. Se non ci uniamo nella legalità non possiamo andare avanti”. L’applauso convinto del pubblico esalta il valore delle parole, come quelle riprese da Danilo Dolci: “Ciascuno cresce solo se sognato” e di Gustav Herling, o le frasi che chiudono l’incontro, questa volta un verso della poetessa polacca Szymborska. “Citare mi piace, mi fa sentire protetto da un esercito di alleati- conclude- “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”, è l’empatia la magia della letteratura”. È più semplicemente la forza delle parole di un pomeriggio da conservare come un qualcosa di speciale.

10 agosto 2009

I Casino Royale conquistano la Casbah di Sanremo

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su Cittadigenova.com il 09/08/09)

Non è mai troppo tardi per scoprire luoghi dal fascino incantevole o manifestazioni che meritano attenzioni e lodi. Anche nella propria regione, anche dove erroneamente si pensa che la scena musicale sia limitata alla settimana della musica nazional-popolare per eccellenza. Niente affatto, la passione per un gruppo in particolare può permettere di conoscere realtà davvero significative, degne di nota e risalto. Lo scenario è quello dell’arroccato centro storico di Sanremo, il festival è “Rock in the Casbah” mentre la band è quella dei Casino Royale, tre elementi contestualizzati nel migliore dei modi ieri sera per l’appuntamento conclusivo della decima edizione della manifestazione. Qui nella “Pigna” il primo nucleo cittadino sanremese salì per difendersi dagli attacchi dei pirati Saraceni e scendendo, o salendo verso il cuore della casbah mentre già risuonano le note in levare di Protect Me, comprendi la bontà della scelta. Utile allora e azzeccata oggi come location per l’evento. L’Ariston, il Casinò e i turisti sono solo un centinaio di metri più in basso pur sembrando lontanissimi. Nel dedalo di scalinate e sali scendi è facile perdere la rotta, ma i gruppi di persone che si superano a fatica indicano che il palco è vicino. Distribuito sui gradini, sui balconi naturali e nelle discese c’è un pubblico eterogeneo ma attento, mentre in fondo, nella gremita piazzetta c’è il palco che ospita i Casino Royale, con la loro storia lunga ventidue anni e un legame particolare con il nome del festival ed i Clash, da sempre un punto di riferimento per il gruppo milanese. Alioscia e compagni, particolarmente ispirati dall’ambiente e dal clima, con le persone che affollano gli stretti spazi circostanti, ripropongono il meglio del loro repertorio in chiave reggae in questo lunghissimo e collaudato tour al termine del quale inizierà la lavorazione del nuovo album di inediti. Nel frattempo perle senza tempo come Crx, Re senza Trono e Cose Difficili si susseguono catturando ricordi ed emozioni dei fan di lunga data, mentre anche chi ha poca dimestichezza con la band si lascia coinvolgere volentieri tanto dalle parole quanto dal ritmo che non lascia indifferenti corpi e teste che seguono ritmicamente Prova, Hi-fi e Lassopra qualcuno ti ama. La piazza, le terrazze di San Costanzo, il centro storico, si stringono attorno al gruppo, ondeggiano e reclamano a gran voce i bis. Eccoli di nuovo allora i ragazzi che si sono “giocati tutto” col Royale Sound, con la musica, l’amore per il proprio mestiere e l’azzardo di mettersi sempre in gioco rischiando in proprio. La gente intuisce lo spirito, ricambia, chiede ancora reggae e viene ripagata dalla splendida Cosmic Sound e dal secondo bis che i Royali regalano con la riuscita cover di Revolution Rock proprio dei Clash che chiude in modo fantastico sia il festival che la serata. La scommessa è vinta, la Casbah è conquistata.

29 luglio 2009

Intervista con i Sud Sound System al Rototom Sunsplash

di Benedetto Marchese

(pubblicata su Cittadigenova.com l’8/07/09)

Ogni canzone come una dichiarazione d’amore verso la propria terra e le proprie radici, ogni concerto come una vera festa reggae fra temi sociali e richiami alla Giamaica da dove tutto è partito. Dopo vent’anni di carriera i Sud Sound System rappresentano ormai un punto di riferimento nella scena italiana, fra i primi assieme agli Africa Unite a tradurre in musica la passione per il reggae. Un senso di appartenenza che il collettivo salentino ha sempre portato avanti senza mai dimenticare le proprie tradizioni, utilizzando prevalentemente il dialetto come linguaggio d’espressione, ma in grado di trasmettere il proprio “Fuecu” in ogni danchehall o concerto in ogni angolo dell’Italia; riuscendo ad uscire anche dai confini nazionali grazie ad un’energia unica e all’amore per il proprio lavoro. Una passione fortissima raccontata da Terron Fabio in occasione dell’esibizione dei Sud Sound System al Rototom Sunsplash di Osoppo.

Quest’estate ripartite con un tour con il prezzo del biglietto fissato a soli cinque euro; in un momento così difficile per chi fa e segue la musica è una scelta molto significativa.
Il momento non è semplice quindi dove possibile si cerca di ridurre i costi, soprattutto per chi ci segue. Chiaramente chi organizza i concerti non è sempre d’accordo perchè spesso i prezzi sono alti per coprire le spese. Noi stiamo adottando questa linea per mantenere il tutto sul giusto prezzo e soprattutto per avere la gente giusta, la nostra gente che purtroppo spesso non ha troppi soldi da spendere. In ogni caso per assistere ad un concerto dei Sud Sound System non ci sono mai voluti più di dieci euro, è una soglia che abbiamo imposto.

Pur con diversi decenni di storia alle spalle il movimento reggae continua a crescere sia per seguito che per interpreti, come giudichi la scena sia in Europa che in Giamaica?
In questi anni la scena reggae italiana è cresciuta molto, e quando c’è un’evoluzione di questo tipo ci sono situazioni che devono maturare e altre che devono apprendere la cultura della musica reggae, “sentirla” come cosa propria senza limitarsi allo saper scrivere testi e saperli mettere in rima. La musica viaggia di pari passo con il tempo, è una sensazione che deve crescere in te senza essere una moda; il disco è dentro e te lo senti da quando nasci, è una consapevolezza che cresce con te e tiri fuori nel momento giusto. Ormai sono vent’anni che giro l’Italia e vedo gente che prima c’era ed oggi non c’è più, qui al Rototom vedo quelli che ci sono sempre stati: i ragazzi della Puglia, di Milano, di Roma o del centro Italia. In ogni caso penso che sia il tempo a decidere, tanta gente ha lasciato stare perchè le difficoltà erano troppe. Il lavoro ognuno se lo crea, molta gente dall’oggi al domani vorrebbe essere considerata e magari popolare come noi, ma ancora oggi dopo tanti anni fatichiamo a portare avanti le nostre ambizioni; in fondo siamo finanziatori della nostra attività. Solo se riesci a fare questo, facendo crescere la famiglia e quello che ti sta intorno avrai sicuramente tutto il bene possibile, solo contornandoti di gente, opinioni e consigli buoni.

Nei vostri testi avete sempre fatto riferimento alle radici e al rispetto per le altre culture. Cosa pensi del nuovo pacchetto sicurezza che di fatto è in antitesi con una società multirazziale e multiculturale?
Credo che ormai si siano raggiunti livelli intollerabili, sembra quasi che si voglia far arrabbiare la gente per tenerla a bada con leggi sempre più dure. Ma non sanno che questa è l’ira della povera gente, l’ira che non aspetta più. Se un migrante arriva qui deve avere il tempo di sentirsi accolto e non sfruttato; se un clandestino arriva qui in queste condizioni è perchè fugge da una realtà ancora più complicata, e allora non può pagare i permessi di soggiorno. Bisogna fare un passo indietro verso una mentalità più aperta.

Nei mesi scorsi siete volati a Londra per una data in una città sempre molto influente sotto ogni punto di vista, immagino sia stata una grande soddisfazione per voi.
Si, quella di Londra per noi è stata un’esperienza bellissima, rappresenta sempre un punto di riferimento per la discografia mondiale, mentre per quanto riguarda il reggae ha rappresentato il punto di svolta per l’intera scena europea. Dunque Londra, qualunque sia il suo volto ha sempre molto da raccontare, e stare li a suonare in un locale pieno di persone, con molti italiani ma anche tantissimi locali dei ghetti è stata una bellissima esperienza, una grande sorpresa. Una soddisfazione ancor più grande per un gruppo come il nostro per il quale la promozione all’estero viene fatta con le nostre forze, con le nostre conoscenze e grazie al sostegno di chi ci conosce.

Tornado al reggae, il fatto che si attualizzi la cultura musicale associandola alla sua coscienza e all’impatto sociale, rappresenta un passo in avanti in riferimento anche alla situazione in Giamaica?
Il reggae è questo, e quello che tanta gente non ha ancora capito è che ha sempre parlato e parlerà sempre di questi problemi, è stato così fin dai Bob Marley e da chi c’era prima di lui. La musica reggae ha molte facce: il roots, il bashment, la dancehall o il dub, però ognuna di queste espressioni ha il suo spirito ribelle che conserva nei dischi e nella musica; se ti guardi intorno capisci che la varietà delle culture è alla base della società che viviamo. Anche in Giamaica qualcosa sta cambiando sotto questo punto di vista anche se c’è sempre molta pressione, lasciano pensare ai ragazzi dei ghetti che l’unica cosa che conta davvero è fare soldi e diventare un “gunman”, e solo dopo un’artista. Ma un artista prima di tutto ha dentro di se la cultura e la consapevolezza delle proprie radici. Se posso dare un consiglio a chi si avvicina a questa musica è quello di coltivare le radici del bene, noi abbiamo sempre creduto in questo come del resto i grandi artisti giamaicani che abbiamo conosciuto. Questo per noi oggi è ovviamente un motivo d’orgoglio.

Per voi il Rototom Sunsplash è un palcoscenico naturale, avete preso parte a moltissime edizioni e i vostri concerti sono sempre fra i più attesi, però stanno crescendo molto anche altri festival simili come ad esempio il “Gusto dopa al sole” che si tiene nel vostro Salento.
Il Sunsplash è ormai una realtà consolidatissima ed imprenscindibile al quale partecipiamo sempre con grande piacere. Gusto Dopa è nato negli anni novanta con la spinta della scena hip hop grazie a Dj Gruff, uno dei veterani, e soprattutto alla passione di Sandro Vissuto, l’organizzatore uno che negli anni ha capito il bene della musica e quello che può portare; sa che con iniziative come questa puoi lasciare qualcosa anche alla tua terra e alla tua gente che ti ha dato la cultura. Quest’anno oltre a noi si esibiranno Alborosie, Casino Royale, B-Real, e Giuliano Palma con i Blubeaters. È una festa, c’è chi danza, chi si esibisce e chi si occupa dei soundsystem mentre altri organizzano. Tutti i compiti sono divisi equamente perchè l’importante è non farsi le guerre. È giusto prenderla cosi, questa è la gioia della musica reggae.

24 luglio 2009

Da Forte Sperone al Rototom Sunsplash, intervista con i Train to Roots

Train to Roots

di Benedetto Marchese

(pubblicata su Cittadigenova.com il 12/07/09)

Nel maggio scorso i sardi Train to Roots sono stati fra i nomi di punta della Festa del Sole di Forte Sperone (che tornerà il 4 e 5 settembre), mentre solo pochi giorni fa si sono esibiti sul main stage del Rototom Sunsplash, il festival reggae più importante d’Europa che si è chiuso ieri ad Osoppo e dove nel 2006 hanno ricevuto il premio “Italian reggae contest”. Riconoscimenti importanti per una delle più brillanti realtà italiane, che dopo cinque anni di attività si è conquistata favori di critica, e soprattutto di pubblico con l’album “Terra e Acqua”. Risorse della loro terra e tratti simbolicamente essenziali di un sound roots destinato sicuramente a crescere nei prossimi episodi. A margine della loro applaudita esibizione sul palco del Rivellino abbiamo incontrato il tastierista Antonio “Papantò” Leardi.

Iniziamo dal vostro background e dai musicisti che maggiormente vi hanno influenzato nella stesura dei vostri brani e nell’impostazione musicale, chi vi ha dato l’impulso maggiore?
I nostri punti di riferimento principali sono essenzialmente quelli che riguardano il reggae continentale, questo perché quello giamaicano è leggermente diverso, appartiene più alla loro cultura che non alla nostra, ci riguarda molto più da vicino questo modo di suonare, diciamo “più preciso”. Infatti i gruppi ai quali ci ispiriamo maggiormente sono Steel Pulse e Twinkle Brothers. Suonare dopo questi ultimi qui al Rototom è stato un piacevolissimo trauma oltre che un grande motivo di orgoglio dato che per noi rappresentano un punto di riferimento fondamentale al quale guardiamo con reverenza. Ci hanno insegnato tantissimo e anche solo vederli suonare a pochi metri da noi è stato emozionante. Facendo reggae ovviamente non si può comunque prescindere da nomi come Bob Marley, Gregory Isaac e tutti gli altri protagonisti del roots giamaicano.

Nei vostri brani colpisce positivamente il differente uso dei linguaggi e dei dialetti, dall’inglese al sardo fino al patois e allo spagnolo, è stata una scelta precisa quella di non rimanere legati esclusivamente alla lingua della vostra terra?
Si, in partenza è stata una scelta; di solito chi fa reggae in Sardegna tende ad identificarsi a priori con qualcosa o qualcuno, scegliendo magari di cantare solo in sardo. Noi abbiamo scelto un’altra strada, il primo album è quasi esclusivamente cantato in inglese e in patois proprio perché non volevamo avere etichette da portarci dietro, e poi in ogni caso il 99% del reggae che ascoltiamo è cantato in inglese, quindi ci è venuto naturale proseguire su questa strada. Abbiamo comunque lasciato la massima libertà ai cantanti che hanno scritto i testi, quelli in sardo sono tutti loro, mentre agli altri brani collaboriamo sia io che il percussionista. Anche in questo caso pur utilizzando il dialetto sardo cambiano notevolmente i linguaggi perché entrambi provengono da zone diverse le cui differenze sono enormi, abbiamo voluto lasciare questa peculiarità. Capita allora che ci ritroviamo a scrivere in sardo piuttosto che in inglese, o in spagnolo se arriva Sergent Garcia con il suo pezzo oppure Ranking Joe che canta in patois, tutto senza limiti perché è inutile porsi preconcetti di ogni sorta. Chi propone il testo ha assoluta libertà di scelta sulla lingua.

Rimanendo alla Sardegna che attenzione c’è verso la musica reggae?
Negli ultimi sei sette anni c’è stata una vera e propria esplosione della scena e di gruppi che fanno reggae, la cosa che più mi colpisce è vedere i quindicenni che si avvicinano alla musica partendo proprio da questo genere. Noi ci siamo avvicinati gradualmente, con gli anni, magari ascoltando inizialmente hardcore o blues. È molto bello vedere tutto questo entusiasmo e sono convinto che in parte il merito sia anche di un evento come il Sardinia Reggae Festival (www.sardiniareggae.com) che ci da l’opportunità di toccare con mano il fermento della scena. Quest’anno una serata sarà dedicata interamente ai gruppi emergenti dell’Isola e saranno tantissimi. La soddisfazione maggiore viene comunque vedendo la passione con la quale i giovani si avvicinano a questo genere, lasciando da parte le mode e adottando uno spirito molto “conscious” che fa bene a tutti.

Questo è un riscontro molto positivo che sicuramente aiuta chi si avvicina a questa musica. Per quanto riguarda i vostri inizi avete avuto problemi ad uscire musicalmente dai confini della Sardegna?
No, l’unico problema è sempre stato quello economico legato agli spostamenti. Anche quando eravamo all’inizio e la promozione era decisamente diversa, cercavamo sempre di far girare in ogni modo la nostra musica, dalle cassette ai cd abbiamo sempre cercato di farci conoscere e i risultati ci hanno ripagato. A questo proposito consiglio soprattutto ai più giovani di stampare più materiale possibile, anche in casa perché ciò che conta il messaggio e la forza di quello che viene espresso. Se c’è qualità prima o poi si riceve il giusto consenso.

A questo proposito secondo te i sound system possono rappresentare un buon veicolo di diffusione?
Assolutamente, i sound system a mio modo di vedere hanno un’importanza fondamentale nel reggae, riducono le distanze fra musicista e pubblico e soprattutto rappresentano un mezzo rapidissimo di promozione. Ovviamente tutto sta nel produrre cose di qualità che possano poi essere utilizzate dai dj. In ogni caso i sound system hanno avuto ed hanno tuttora un ruolo di primo piano in questa musica.

Per chiudere, dal punto di vista dei live siete attivissimi, avete partecipato alla Festa del Sole di Genova e ad altri festival arrivando fino qui al main stage del Rototom Sunsplash. Questo è un punto di arrivo, un premio o punto di partenza?
E’ sicuramente un premio che ci riempie d’orgoglio perché comunque stiamo mettendo tutto l’impegno possibile in questo progetto, anche dal punto di vista economico dato che non è mai semplice spiegare a fidanzate o familiari che hai scelto di vivere con la musica, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Di sicuro non è un punto d’arrivo perché siamo convinti di essere solo all’inizio e sicuri di poter dare e fare ancora moltissimo dopo cinque anni di attività. Per quanto riguarda il Sunsplash, penso che per chi fa reggae arrivare qui sia un po’ come andare a Sanremo per gli altri musicisti, un’emozione incredibile.

Foto Luca Sgamellotti per Rototom Sunsplash

20 luglio 2009

Kraftwerk ed Aphex Twin, lezioni di elettronica ad Italia Wave

di Benedetto Marchese

Ad accomunarli sono esclusivamente l’uso dei laptop per produrre musica, e i grandi monitor perfetti nel tradurre in musica immagini i suoni che contraddistinguono i due set che espongono in maniera chiara due approcci all’elettronica molto differenti. Da un lato i pionieri Kraftwerk che hanno aperto la terza serata sul main stage dell’ItaliaWave Festival sabato a Livorno; dall’altra Aphex Twin, genietto irlandese esploratore di percorsi sonori che hanno influito e non poco sulla scena elettronica degli anni Novanta. I quattro tedeschi affascinano con la loro presenza scenica, quasi immobili allineati dietro le postazioni computer diventano essi stessi scenografia di uno spettacolo che quasi privo di luci, viene scandito dalle immagini che scorrono sul fondo; iconografiche e minimali, in perfetto stile anni Ottanta. Si avvicendano treni, auto, simboli nucleari, numeri e slogan; testimonianze di progresso sociale e soprattutto tecnologico che da quasi quarant’anni i Kraftwerk rappresentano sotto forma di musica. La splendida Computer Love (ripresa anche dai Coldplay), Radio Activity, Man Machine, Robots e ancora Computer World, sono il riassunto del perfetto connubio fra uomo e macchina, suono e pubblico. Una platea tanto diversa quanto attenta, i ravers accanto ai fedeli appassionati del quartetto teutonico, con i primi che accennano danze e i secondi che ascoltano e apprendono, nel buio del Picchi nel quale si accendono intermittenti centinaia di monitor di cellulari e fotocamere. Spettacolo nello spettacolo che rende omaggio ad un gruppo fondamentale sia per la musica elettronica che per il pop. Un concetto scandito dalla voce robotica in loop mentre i quattro abbandonano uno alla volta la propria postazione: “Music non stop”. E questa non si ferma mentre il cambio palco viene accompagnato da ritmi più duri, bassi spezzati e penetranti che introducono Aphex Twin. Una sola postazione, un computer e la creatività del produttore britannico che accende il prato calcistico convertito ad immensa pista da ballo. La figura di Richard David James, si può solo intuire nascosta dalle casse, dal fumo di scena e dalle luci che seguono ritmicamente bassi e immagini sugli schermi. Visioni allucinate ed allucinanti su ritmi a tratti disturbanti, frequenze che s’insinuano in profondità quasi a far male, fino a risalire su ritmi ballabili di echi jungle spinti al limite e basi spiccatamente techno. La teatralità dei Kraftwerk lascia spazio all’essenzialità di Aphex Twin che spinge volumi e pubblico fino a livelli imprevedibili, mentre i volti da incubo di Come to Daddy si alternano a vortici cromatici e figure tridimensionali in un set che lascia senza fiato. Iconoclasti e visionari, essenziali e coinvolgenti. Kraftwerk ed Aphex Twin, tanto diversi quanto impeccabili nel trasformare in suono perfetto la potenza delle macchine.

Aphex Twin

16 luglio 2009

L’intervista/ L’anima dub degli Almamegretta al Rototom Sunsplash


di Benedetto Marchese

(pubblicata su Cittadigenova.com il 10/07/09)

C’è un lato della musica reggae che fin dalla prima era del rock steady ha aperto un filone nuovo costituito dai b-sides dei vinili sui quali i dj incidevano remix arricchiti di effetti elettronici, riverberi ed echi che esaltavano il basso e la batteria. Il Dub di personaggi storici come U-Roy, Lee Perry o King Tubby, “Il battito del cuore e il pulsare del sangue” come lo ha definito un altro maestro come Linton Kwesi Johnson in Bass Culture. Una sfumatura del sound giamaicano che ha influenzato e caratterizzato la carriera degli Almemegretta, una delle band più importanti della scena italiana dagli anni Novanta ad oggi, che ha saputo plasmare il proprio suono con il dialetto partenopeo e le influenze mediterranee; assumendo la forma di vero e proprio collettivo, collaborando anche con i Massive Attack e superando la tragica scomparsa di Stefano D.Rad, anima dub degli Alma. Al termine dell’ottima esibizione al Rototom Sunsplash di Osoppo, abbiamo incontrato per un’intervista Gennaro-T, batterista e fra i fondatori del gruppo.

Nella storia e nel sound degli Almamegretta il dub ha sempre avuto un ruolo fondamentale, ma questo nuovo tour segna un marcato ritorno alle origini grazie anche alla collaborazione con Neil Perch degli Zion Train.

Quello che presentiamo in questo tour è una sorta di concerto antologico che racchiude buona parte della nostra discografia, ormai abbastanza corposa. Riprende brani di AnimaMigrante fino a Vulgus dell’anno scorso. Abbiamo cosi riarrangiato questi pezzi nel modo che in questo momento ci sembrava più appropriato, cioè accentuando maggiormente il lato dub delle nostre produzioni. Neil Perch è da sempre un amico, adesso si è concretizzata questa collaborazione che ci porterà anche a fare alcuni concerti assieme, il 22 a Napoli e il 28 a Villa Ada a Roma. Se fai dub prima o poi ti devi confrontare con gli Zion Train, in Italia poi sono molto popolari e tra l’altro con lui abbiamo fatto un remix che abbiamo messo solo online, su iTunes e i supporti digitali. Infine stiamo preparando “Dubfellas vol.2” in cui sicuramente intensificheremo il rapporto, riprenderemo altri brani e altre collaborazioni. Diciamo che partiamo dalle origini cercando di attualizzarle sempre. Il set fatto qui è praticamente la metà di quello che porteremo in giro, ci sono brani reggae in senso più stretto che poi si combinano con altri dalle sonorità più moderne strettamente elettroniche. Elementi che erano forti in episodi come Lingo, 4/4 o Imaginaria, per cui diciamo che le componenti sono sempre le stesse. Influenze che si confrontano con quello che è il patrimonio culturale del Mediterraneo e di Napoli in particolare, cose che solo apparentemente sembrano stare agli antipodi ma che invece possono coesistere ottimamente.

Quindi “Dubfellas vol.2” anticiperà il nuovo disco di inediti?

Si, il secondo episodio sarà un album più sperimentale e meno dedicato alla forma canzone come lo era stato “Vulgus”, e ovviamente sarà il dub a farla da protagonista. Nel realizzare il primo ci siamo molto divertiti e poi preferiamo sempre scegliere il momento che si sembra più opportuno per pubblicare un album “più semplice” oppure dedicarci a cose più sperimentali. Per il momento gli ospiti sicuri saranno ovviamente Neil Perch e Princess Julianna con cui abbiamo già registrato delle tracce a cui stiamo lavorando e poi sicuramente Marcello Coleman che ha cantato con noi qui al Rototom Sunsplash.

Quello della contaminazione culturale è sempre stato uno dei temi principali dei vostri testi, uscendo per un attimo dal contesto musicale, cosa pensi dei nuovi decreti che di fatto non aiutano “Le anime migranti”? Penso ad esempio ad un pezzo come Fattalà, ha sedici anni ma sembra scritto solo poche settimane fa.

Devi considerare che noi ci troviamo a fare alcuni pezzi che risalgono a più di dieci anni fa ma sono attualissimi, e Fattalà è purtroppo l’esempio più emblematico. Il corso della musica va di pari passo con quello che ci succede attorno; per noi, come dicevo prima è fondamentale il concetto di contaminazione e dell’influenza delle culture nuove. Pensiamo che il futuro dell’umanità sia saldamente legato all’incontro fra altre razze e culture, la multirazzialità è un arricchimento. Noi consideriamo le persone che vengono a cercare fortuna qui come un vero e proprio motivo di crescita culturale e sociale e non come nemici da cacciare fuori.

Prima parlavi dell’importanza della cultura mediterranea, quali elementi, dal punto di vista musicale vi influenzano maggiormente?

Noi sostanzialmente per quanto riguarda la musica mediterranea guardiamo soprattutto alle melodie, le mettiamo a confronto con artisti che provengono dalla Giamaica, dal dub e dalla musica nera in generale. Se tu consideri tutta la musica che negli ultimi anni è stata prodotta a noi piace sentirci in mezzo a queste culture che s’incontrano. Ciò significa anche che non si può stare, oggi ancora di più, stretti solo al nostro paese e pensare che chi viene da fuori lo fa solo per toglierti qualcosa.

Parlando di influenze, in che modo guardate alla Giamaica e cosa pensi della non facile situazione sociale che sta vivendo?

Premetto di non essere mai stato in Giamaica però ovviamente suonando la batteria sono stato ispirato moltissimo dai batteristi più importanti dell’isola in primis da Style Scott dei Dub Syndicate. A parte il forte ritorno al roots, per quanto riguarda il contesto musicale, so che la situazione è abbastanza tesa a livello sociale perché tutti i problemi che c’erano non sono stati risolti, anzi l’isola è diventato il canale di passaggio dei grossi trafficanti e questo sta segnando negativamente soprattutto i ragazzi più giovani, un po’come in tutto il mondo, sono senza punti di riferimento. Quando è apparso Bob Marley il messaggio di unità e pace è stato subito molto chiaro ed è riuscito a parlare a tutti, in giro nelle strade e nei ghetti; mentre dopo la sua morte qualcosa si è perso. In ogni caso l’arcipelago è di una ricchezza musicale enorme, se pensi come un isola cosi piccola ha influenzato gusti e stili nel resto del mondo; in fondo lo stesso suono a cui non c’ispiriamo viene da li.

Per chiudere, al Sunsplash vi siete esibiti qualche ora prima di un personaggio di assoluto livello come Horace Andy, com’è nata la collaborazione con lui per il brano di Vulgus?

È nata molto naturalmente, d’altronde lui fa parte di tutti quegli artisti i cui dischi hanno influenzato notevolmente la produzione degli Almamegretta. Considera che noi ci siamo formati su tre filoni principali: il sound londinese della “On-u Sound” di Adrian Sherwood, quello di Bristol con i Massive Attack e quindi anche Horace Andy dato che con loro ha collaborato pur restando una figura di primo piano del reggae giamaicano per il suo modo di cantare; e infine Bll Laswell per quanto riguarda gli Stati Uniti. Noi siamo veramente cresciuti su questi produttori e su questi generi. Per quanto riguarda la collaborazione è nata attraverso un nostro amico a Londra, abbiamo preso contatto e siamo andati li a registrare il brano “Just say who”, nello studio Gaudi il quale ci ha dato un grandissimo aiuto ed ha inoltre realizzato un remix del pezzo”.

13 luglio 2009

“G8anni dopo”, i fatti di Genova al Rototom Sunsplash

Ho avuto modo di conoscere Beppe Cremagnani proprio in questa occasione, solo tre giorni prima della sua morte improvvisa. In quel pomeriggio, al fianco di persone Vere e di fronte ad un pubblico Vero ha parlato da giornalista libero quale è sempre stato. Un’autentica lezione non solo per me ma per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo nel suo ultimo evento pubblico.

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di Benedetto Marchese

(pubblicato su Cittadigenova.com il 4/7/2009, foto Luca Sgamellotti per Rototom Sunsplash)

Otto anni dopo il G8 di Genova è ancora un tema di stretta attualità, continua a riempire le pagine dei quotidiani e rendere ancora più nitidi i ricordi di una città ferita dalle violenze e dai molti silenzi che ne hanno caratterizzato i fatti principali. Dal 2001 ad oggi si sono susseguite pubblicazioni e dibattiti che hanno ricostruito più o meno dettagliatamente quei giorni attraverso le parole dei protagonisti diretti; un esercizio di memoria storica che ieri ha aperto la serie degli incontri nell’area No-Profit del Rototom Sunsplash di Osoppo, con il dibattito “G8anni dopo”. Luogo ideale, per tranquillità e interesse alle tematiche sociali del suo pubblico, per ricostruire e ricordare quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, Beppe Cremagnani, Franco Corleone e Furio Colombo. Un lungo pomeriggio arrivato a pochi giorni del G8 dell’Aquila ed iniziato con la proiezione del film realizzato da Cremagnani ed Enrico Deaglio: “G8 2001, come fare un golpe e farla franca”, documento che ricostruisce gli eventi di quel luglio grazie alle testimonianze fra gli altri dell’ex ministro Scajola, il giornalista Mark Covell e l’ex sindaco Pericu. Immagini durissime, e parole sulle quali riflettere, amare come quelle pronunciate nel successivo dibattito. “Per molti – ha iniziato Cremagnani- quello di Genova è un tema sorpassato, ma per quanto mi riguarda continua a vivere nella nostra quotidianità. I fatti del 2001 hanno segnato l’inizio della crisi cittadino-autorità e la tesi del film è proprio quella che tutto quello che avvenne non fu casuale. Credo che la richiesta fatta dai Pm nei confronti di De Gennaro e Mortola rappresenti un fatto nuovo, per la prima volta si toccano i vertici della Polizia. Tutto il mondo ci chiede ancora conto di quei giorni nei quali poteva verificarsi il più grande raduno pacifista, ancora più numeroso e sentito rispetto a quello di Seattle. Deve far riflettere –ha concluso Cremagnani- come tutti i protagonisti delle vicende più discusse siano stati promossi. Se stiamo ancora parlando di quei giorni è perchè ci sono migliaia di testimonianze foto e video, altrimenti la verità ufficiale sarebbe stata diversa”. Un intervento tanto amaro quanto lucido, supportato dalle sequenze del film e dagli interventi degli altri ospiti che per oltre due ore hanno catalizzato l’attenzione dei giovani interlocutori nella platea.
“Ricordando Genova -ha aggiunto Franco Corleone, ex deputato europeo e da sempre legato ai temi della giustizia e dei diritti – non va dimenticato quanto avvenne a Bolzaneto, carcere improvvisato nel quale anche le donne subirono violenze. In tema di carceri vorrei sottolineare quanto sia critica la situazione nel nostro paese con oltre 63 mila detenuti. Un contesto caldissimo che potrebbe esplodere da un momento all’altro soprattutto in questi mesi estivi, non mi stupirei se ci fossero rivolte”. Non ha potuto essere presente nell’affascinante scenario del Parco del Rivellino, ma ha comunque tenuto ad esserci in diretta telefonica Furio Colombo, direttore dell’Unità durante il G8. “Quello di Genova e del 2001 -ha detto- fu il primo episodio di una lunga serie di violazioni dei diritti, doveva essere ed è stato un evento drammatico. Ma quella potrebbe non essere stata un’eccezione, l’Italia si è incattivita, il pacchetto sicurezza appena varato contiene norme denigratorie nei confronti degli stranieri; allo stesso modo i respingimenti al largo delle nostre coste rappresentano un’offesa alla nostra dignità. Per quanto mi riguarda però un altro mondo è possibile e lo dimostra l’elezione di Barak Obama, la sua storia dev’essere un punto di partenza per tutti”. Un mondo diverso, come quello ipotizzato da Giuliano Giuliani nel suo duro e sentito intervento; un mondo che nella Genova del 2001 si manifestò nella sua veste peggiore e che ieri ha riempito i dubbi ed i pensieri di un festival che ha dimostrato di essere sempre legato saldamente non solo alla musica ma anche alle tematiche sociali.

8 luglio 2009

Rototom Sunsplash/ Intervista a Giuliano Giuliani

Luca Sgamellotti per Rototom Sunsplash

di Benedetto Marchese

(pubblicata si Cittadigenova il 04/07/2009)

A centinaia di chilometri dalla sua Genova, a otto anni dal tragico luglio del 2001, ieri Giuliano Giuliani ha incontrato il pubblico del Rototom Sunsplash raccontando il suo punto di vista sulla vicenda, quello di cittadino e di padre, ma soprattutto di uomo ancora alla ricerca della verità. A margine dell’incontro ha deciso con molta disponibilità di ampliare con Cittadigenova i temi trattati nel seguitissimo dibattito.

Sono già trascorsi otto anni da quel luglio 2001, la città di Genova come ha vissuto questo lasso di tempo nel quale si sono susseguiti dibattiti, ricordi e processi?
È normale che una città ferita abbia anche la tendenza e la tentazione di andare oltre, di guardare avanti dimenticando. Però questa cosa effettivamente non è successa, certo non c’è l’attenzione del primo o del secondo anno, questa inevitabilmente tende a ridursi. Mi pare però ci sia la voglia di trovare finalmente una visione di verità, nonostante l’assassinio di Carlo sia stato archiviato, gli altri processi hanno fatto emergere altri particolari drammatici, da una parte quello dei manifestanti e dall’altra poliziotti e forze dell’ordine. Hanno avuto degli esiti anche in qualche modo contraddittori. Secondo me quello che fino ad oggi non è uscito è il principio di responsabilità, quello che doveva stabilire le colpe di chi era in alto prima che in basso. La responsabilità maggiore è sempre in alto. Il dramma che cresce interiormente questo clima di impunità o meglio di impunibilità.

In questo senso il comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha il compito di tenere viva e vigile l’attenzione su quei giorni.
Stiamo lavorando all’inaugurazione della sede che avverrà nei prossimi giorni. Il comitato ha come finalità la ricerca della verità, vuole informare e cercare di fare luce sui fatti del G8, ma anche fare attività di solidarietà, dalle adozioni di bambini a distanza agli aiuti per la Palestina, ma anche donazioni alla comunità di Don Gallo.

Torna dopo tre anni qui al Rototom di Osoppo, un luogo sempre aperto alle tematiche sociali, che guarda ai giovani come risorsa e punto di partenza per il futuro
Questo luogo è meraviglioso, è difficile trovare così tanti giovani tutti insieme come in questa occasione. La stessa sensazione importante l’ho avuta durante il recente Gay Pride di Genova. La città ha aderito con entusiasmo perchè ha capito lo slogan di fondo: se non difendi i diritti dei più deboli poi vengono intaccati anche i tuoi. La gente ha capito ed era li a difesa di un diritto per salvaguardare anche i propri e questo ha un valore importantissimo. È un messaggio generale che dovremmo avere il coraggio di lanciare, anche dal punto di vista politico.

Se a Genova le aule dei tribunali continuano ad ospitare processi legati al G8, altrove ne sono in svolgimento altri che la riguardano molto vicino, altre famiglie come la sua cercano verità sulla morte dei propri giovani figli; mi riferisco al caso Aldrovandi e a quello Sandri.
Questo è l’effetto di tale clima di impunità, il fatto di Federico Aldrovandi è chiaro. All’inizio c’è stato troppo silenzio e la paura di tanta gente, solo una cittadina ha fornito la propria testimonianza squarciando il velo del silenzio. La responsabilità è evidente, è stato un omicidio. Il caso Sandri purtroppo è molto simile a quello di Carlo, si è parlato di spari in aria e deviazioni, sempre con lo stesso funzionario coinvolto. Torniamo al discorso del principio di responsabilità. Tutti gli anni mi chiamano a parlare nelle scuole di Genova, vedo molta attenzione da parte dei giovani e a loro ripeto sempre che forse quello di Carlo è stato un gesto di difesa della nostra libertà che valeva la pena di fare.

Foto: Luca Sgamellotti per Rototom Sunsplash

1 luglio 2009

Intervista ai Calibro 35

www.toomi.it/calibro35.html

di Benedetto Marchese

(Pubblicata su Cittadigenova il 21/06/09)

Inseguimenti che hanno fatto scuola, criminali senza scrupoli e poliziotti tutti d’un pezzo, donne meravigliose, calibro 9 e bottiglie di J&B; il tutto sullo sfondo dell’Italia degli anni Settanta, quella delle stragi, dei rapimenti, dei banditi e della malavita organizzata. Solo alcuni degli aspetti che hanno reso celebre lo sterminato genere del “poliziesco all’italiana” per anni sottovalutato e ora riscoperto grazie al valore di molti dei suoi interpreti e registi di culto, da Tomas Milian a Luc Merenda, da Gastone Moschin a Maurizio Merli fino a Fernando di Leo, Umberto Lenzi ed Enzo Castellari. Ma il tratto distintivo forse più importante ed unico di buona parte del genere è stato indubbiamente rappresentato dalle colonne sonore che hanno reso celebri capolavori come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La mala ordina o Italia a Mano armata. Pellicole impreziosite dalle firme dei più grandi compositori dell’epoca che i Calibro 35 hanno riarrangiato e riproposto in questo progetto affascinante, che riprende perfettamente lo spirito dell’epoca conservandone intatta la forza espressiva, come racconta a Cittadigenova il chitarrista Massimo Martellotta, che questa sera sarà sul palco del “Santo Rock Festival” a Villa Serra assieme agli altri “Calibro”.

Alla base del progetto c’è ovviamente la passione per gli anni Settanta e un filone cinematografico importantissimo, ma come è nata l’idea del gruppo e in che modo siete riusciti a tradurre brani composti e suonati con impostazione orchestrale in versione da band vera e propria?
L’idea di base era nell’aria da un po’: in particolare con Tommaso Colliva, vero appassionato del genere, erano anni che cercavamo il progetto giusto in cui investire seriamente. E Calibro35 ha da subito presentato tutte le carte in regola: tonnellate di divertimento, repertorio sconfinato e fortissima esportabilità. Io ho tirato dentro Fabio Rondanini, conosciuto a Roma molti anni fa e fortunatamente rincontrato a Milano per caso, mentre Tommaso ha chiamato Enrico Gabrielli con cui aveva già lavorato il quale si è portato dietro Luca Cavina. La grossa fortuna è stata trovarci bene da subito, strumenti alla mano prima e birre poi. Per quanto riguarda la traduzione da orchestra a band, in alcuni casi abbiamo cercato di “scomporre” il brano in questione cercando di capire cosa fosse essenziale al pezzo provando a scambiarci i temi principali fra la mia chitarra e l’organo e i fiati di Enrico. Spesso semplicemente sostituendo lo strumento originale con cui erano proposti si ha già un buon effetto. In altri casi, l’originale stesso si reggeva su un quartetto base e allora ci siamo divertiti più sull’aspetto timbrico, come nel caso di “Trafelato”.

Pur rimanendo fedeli agli originali, i brani presentano arrangiamenti comunque moderni e attuali. È stata una vostra scelta precisa, ed è questo uno dei motivi che vi ha posto all’attenzione del pubblico?
Sicuramente è stata una scelta precisa quella di non fare della filologia e basta, ci interessa soprattutto riprendere un tipo di attitudine propria di quel repertorio e di quel periodo piuttosto che esagerare con la riproduzione fedele dei suoni “dell’epoca”. Inoltre, non so esattamente cosa possa essere attuale, ma penso che alla gente piaccia perché si capisce che ci divertiamo molto, nonostante la grossa serietà di fondo.

Vi aspettavate un successo così significativo?
Ti ringrazio per la considerazione, successo è una parola enorme per ora!. Diciamo che speravamo che la cosa potesse funzionare e finora sembra che stiamo ricevendo riscontri molto positivi. E’ un tipo di progetto che ha grosse potenzialità, siamo ancora agli inizi di quello che potrebbe succederci secondo me.

Siete stati scelti per la compilation “Il Paese è Reale” partecipando anche al concerto di Milano nei giorni scorsi assieme, tra gli altri, ad Afterhours, Zu e Marco Parente. Qual è a vostro modo di vedere lo scenario che si profila per la musica italiana?
Non so come evolverà. Sicuramente la grossa contrazione del mercato discografico sta facendo venire fuori chi veramente vuole fare musica, che ha voglia di sbattersi ovunque e comunque da chi pensa di essere l’artista incompreso più “figo” del mondo. Non ci sono più grossi soldi in ballo, non esiste più “il disco della svolta” e in questo senso c’è meno possibilità di “imbrogliare” e di avere la botta di fortuna. Si arriva se si è disposti a lavorare seriamente e a capire sul piano pratico come far fruttare l’impegno profuso.

Pur rappresentando uno spaccato molto fedele di un preciso momento storico del nostro paese, il genere “poliziesco” è stato per anni accantonato e bollato come cinema di serie B. Quali sono stati invece secondo te i punti di forza di una produzione che ha influenzato notevolmente il cinema non solo italiano ma anche straniero, penso ad esempio a “Le Iene” di Tarantino ispirato a “Cani arrabbiati” di Mario Bava.
Negli usa qualsiasi cosa pre 1980 di cinematografico che provenga dall’Europa è già di culto per definizione. E siamo stati molto fortunati come italiani che un colosso dell’industria cinematografica come Tarantino abbia deciso di dare risalto anche commerciale a qualcosa che da noi è sempre stato visto come “cheap”. E’ vero che molti polizieschi italiani hanno storie semplicistiche o personaggi scritti col Bignami, molti altri invece sono capolavori di scrittura, di interpretazione, di fotografia e di montaggio. Il tratto comune è che però hanno carattere, tanto , e sono riconoscibili da qualsiasi fotogramma. C’è un approccio crudo, coraggioso e violento che in realtà dal neorealismo in poi ha fatto scuola soprattutto in America (faro che spesso guida i gusti mondiali) proprio perché non avevano nulla del genere abituati ai musical con le paillettes e i gran sorrisi.

All’estero c’è quindi molta attenzione per il genere, come testimoniano le date che avete fatto e farete in Francia, Belgio ed Usa. Altro riconoscimento molto importante arriva invece dal progetto “Eurocrime” del quale state curando la colonna sonora.
L’estero è terreno fertile per i Calibro, il nostro primo show lo abbiamo tenuto in Lussemburgo e ci ha portato bene. Il documentario “Eurocrime” è arrivato grazie al passaparola degli appassionati. Pierpaolo di Pollanetsquad.it (fra i maggiori esperti e collezionisti del genere) ci ha messo in contatto con il regista Mike Malloy che stava cercando qualcuno che lo aiutasse con le musiche. E’ diventato un fan, ci ha mandato il materiale e ci è sembrato eccezionale. E’ molto interessante guardare i polizieschi italiani con l’occhio di un appassionato americano: si è focalizzato sull’aspetto dell’azione e dello stunting giocando anche molto sul fatto che sia plausibile che certa Italia delinquente esista o sia esistita veramente; poi è riuscito a coinvolgere come testimoni molti fra i protagonisti di allora, da Castellari a Franco Nero fino ad Henry Silva.

A brani prevalentemente strumentali avete affiancato due singoli come “Tutta donna” e “L’appuntamento” impreziositi dalle voci di Georgeanne Kalweit e Roberto Dell’Era. Avete in programma altri featuring?
Probabilmente in futuro ne proporremo altri, quest’ultimo, Tutta Donna con Georgeanne, ci ha dato la possibilità di realizzare il nostro primo video grazie a Liliana “Q” Liberanome che ci ha proposto di dirigerlo e produrlo. Ha fatto un ottimo lavoro secondo noi.

Per chiudere: Bacalov, Morricone, Micalizzi e Trovajoli. Fra questi mostri sacri quale scegliereste per una collaborazione?
Bacalov per la crudezza e il classicismo, Morricone per l’eccentricità assoluta e l’inesauribile fantasia, Trovajoli per l’ironia intelligente, la leggerezza e l’efficacia dei temi. Invece con Micalizzi avremo la fortuna e il grandissimo onore di dividere il palco per un evento speciale il prossimo 12 luglio al Magnolia di Milano.

29 giugno 2009

Dal Picco al The Den

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su Cittadellaspezia il 18/10/2008)

Londra, metropoli multietnica da otto milioni di abitanti e dagli innumerevoli spunti culturali e sociali, ma anche patria di un calcio che per molti versi racchiude ancora intatti molti dei suoi valori più sani. Luogo ideale per lasciarsi alle spalle le recentissime delusioni: Sarzana, il Lottogiaveno e le successive contestazioni; trascorrendo qualche giorno con amici accomunati dallo stesso amore per le aquile seppur molto lontani da casa. Soffrono per le sorti della squadra incollati alla Rete a caccia di notizie, chiedono e s’informano, non avendo ancora vissuto dal vivo la nuova categoria, cercano risposte ai perché di una situazione apparsa inizialmente più rassicurante; bramando quanto prima il ritorno al Picco. Le ragioni però non possono che essere sommarie, poco esaustive perché per certi versi inspiegabili dopo risultati poco confortanti. Allora la presenza in città di squadre e stadi dal fascino indiscusso, diventa una buona scusa per mettere da parte l’argomento e addentrarsi in una realtà piuttosto distante da quella vissuta in prima persona. Certo, sperare di assistere ad un match dal vivo nella settimana santificata alla nazionale dei tre leoni di Fabio Capello, è un po’ come trovarsi nel Paese dei Balocchi il giorno di chiusura; ma un breve tour in tre zone e altrettanti stadi della capitale, riesce comunque ad appagare la voglia di quel calcio sempre visto in tv o letto sui libri. Stamford Bridge per iniziare, casa del Chelsea di Roman Abramovich, che sorge nel benestante e curatissimo quartiere di Fulham, a ovest della città. L’inizio con una delle squadre fra le più forti e ricche del panorama europeo è casuale, ma si rivela utile per un confronto con quelle successive, meno votate al business ad ogni costo. Se non fosse per le gigantografie della squadra o di alcune vecchie glorie quali Peter Osgood, si potrebbe infatti pensare di essere capitati in un moderno centro commerciale con annessi alberghi a lato degli ingressi dei vari settori. La visita all’interno è ovviamente a pagamento, mentre l’entrata nel negozio ufficiale è un po’ forzata ma comunque libera. Dalle magliette al modellino dello stadio, fino al cellulare, si può acquistare qualsiasi oggetto griffato con il leone blu rampante. Espressione massima della commercializzazione della passione e dei propri colori, resa ancora più netta dalla struttura dell’impianto e dal contesto del quartiere; con l’unico richiamo al passato dato da una targa, appesa ad un muro, che lo ricorda come luogo fisico della vecchia “Shed”, la gradinata simbolo dei Blues.
Tutto funzionale, sontuoso e moderno, ma troppo freddo, poco appassionante; troppo distante dai canoni abituali per essere apprezzato. Per trovare qualcosa di più autentico ed emozionante, è necessario spostarsi allora dall’altro lato della città, dall’agiato ovest di Londra al più popolare quartiere di Newham, a due passi dall’East end, un tempo approdo di immigrati ed ora protagonista di una vera e propria rinascita architettonica e culturale. La fermata di Upton Park porta ad un contesto molto diverso da quello precedente, e la famosa Green Street che conduce allo stadio del West Ham, rispecchia pienamente le origini di un quartiere nel quale da decenni gruppi etnici fra i più disparati convivono in simbiosi l’uno con l’altro. Da un lato della strada lunghe file di case popolari, dall’altro il maestoso impianto, con la caratteristica cancellata che apre la visuale sulle due torri, nelle quali spiccano i martelli incrociati sul caratteristico sfondo “Claret & blue”. Il bordò e il celeste che rifiniscono ogni dettaglio del Boleyn Ground, stadio che da qualche mese ospita mister Gianfranco Zola. Qui, dove una delle gradinate è dedicata alla leggenda Bobby Moore, si respira un clima diverso; certo vi si trovano l’hotel, il museo, l’immancabile negozio e la visita guidata in cambio di un po’ di sterline; però si ha veramente la sensazione di essere in uno dei luoghi di culto del calcio britannico, nonostante l’inevitabile impronta commerciale. Un impressione confermata dalla statua che domina l’incrocio a pochi passi dall’impianto e dal Boleyn, il pub di riferimento dei tifosi degli “Irons”. Il monumento è quello dedicato agli eroi del Mondiale del ’66: Geoff Hurst, Martin Peters and Ray Wilson che sorreggono il capitano Moore con la coppa Rimet; quattro campioni del Mondo con la maglia del West Ham, un pezzo di storia che da solo vale la visita.
Ritrovarsi in luoghi come questi, reduci dal Miro Luperi, mette a disagio fa sentire un po’ fuori luogo, a distanze impossibili dalla realtà attuale, parlando comunque di club che frequentano stabilmente lo sfarzoso e spettacolare teatro della Premier League. Il desiderio di scendere più in profondità è forte e la soluzione è vicina, appena sotto il Tamigi, a Bermondsey; sud-est della City poco distante dal London Bridge ma fuori da ogni rotta turistica; casa o meglio “tana” del Millwall parafrasando il nome del suo stadio il “The Den” appunto. Autofficine, depositi e caseggiati popolari sono il perimetro poco ospitale dello stadio di recente costruzione, distante solo pochi isolati da luogo in cui sorgeva il vecchio impianto, che come quello attuale non ha mai vissuto momenti di gloria paragonabili a quelli degli altri team londinesi. La squadra infatti, fondata da operai portuali scozzesi e attualmente in terza divisione; nella sua storia ultracentenaria non ha mai vinto scudetti ne F.a. Cup (persa in finale nel 2005 con il Manchester) concedendo ben poche soddisfazioni ai suoi affezionati tifosi. La storia del club e il clima particolarmente “provinciale” suonano molto più familiari rispetto ai due precedenti, e la cordialità delle persone, prossime alla fine del turno di lavoro all’interno dello stadio, creano un’atmosfera molto vicina a quella voluta. Dalla segretaria, che apre senza problemi le porte degli spogliatoi e del campo da gioco, fino all’addetto alla vendita dei biglietti. Racconta di un club che solitamente arriva a otto-novemila spettatori e registra il tutto esaurito per incontri sentiti come quello di ieri con il Leeds (vinto 3-1), e soprattutto chiede e s’informa sulla provenienza dei suoi interlocutori stranieri. “Spezia” è la più ovvia delle risposte e di lì a poco ci si ritrova su un bus in piena Londra, a raccontare, non senza orgoglio, della serie B, della Juve, di una vittoria impossibile ad un secondo dalla fine; ma anche di retrocessione, fallimento, di una categoria troppo brutta per essere vera. L’espressione è quella di chi riesce a capire perfettamente la situazione e lo stato d’animo, e prima di sparire nella metro, dopo i sorrisi e i saluti, l’uomo si congeda con una frase che sa di benedizione calcistica: ‘God bless your team’. Un arrivederci che vale quanto una vittoria esterna, che a centinaia di chilometri da casa riesce a farti sentire ancora più fiero della tua squadra, della sua storia e della sua dimensione.

27 giugno 2009

Il Festival della Mente e la cucina d’autore, intervista a Carlo Cracco

Carlo Cracco

di Benedetto Marchese

(Pubblicata su Cittadellaspezia il 30/08/2008)

Abituato al suo teatro naturale, la cucina del suo ristorante, ci ha messo qualche minuto ad ambientarsi alle centinaia di persone che hanno affollato l’evento del Festival della Mente dedicato alla cucina d’autore. Ma lui, Carlo Cracco, classe 1965, vicentino trapiantato a Milano, cuoco di fama internazionale celebrato da guide e addetti ai lavori, ha affrontato la platea composta da colleghi, curiosi e appassionati di alta cucina, spiegando i processi lavorativi e intellettuali, che gli permettono di trasmettere emozioni attraverso i suoi piatti. Una cucina “cerebrale e di cuore” appunto, che parte dalle materie prime per fondersi con le alchimie di chi come lui attraverso profumi e sapori riesce a far provare sensazioni uniche ai suoi clienti. Modesto al punto di parlare al plurale perché con lui lavorano quotidianamente oltre trenta persone; capace di spiegare come l’anguria possa andare d’accordo con il sale o l’insalata russa stare pacificamente racchiusa in una glassa di caramello. O meglio ancora come da un semplice tuorlo d’uovo possano nascere capolavori d’ingegneria mentale applicati alla gastronomia; Cracco si è poi concesso con grande disponibilità a Cds per una breve intervista:

Quali insegnamenti ha tratto dalle esperienze con Gualtiero Marchesi, Alain Ducasse o presso l’Enoteca Pinchiorri di Firenze?
“Ho imparato quelli che sono i fondamentali della cucina, anche perché quando ho iniziato non c’erano riviste di settore, trasmissioni televisive dedicate, né Internet nel quale adesso si trova quasi tutto quello che riguarda la cucina. Mentre i libri dei grandi chef uscivano alla fine della loro carriera per cui erano già vecchi. L’unico modo che avevo per imparare e capire cosa faceva un maestro era andare ed imparare. Basi fondamentali che mi hanno permesso di fare tutto il resto. Diciamo che ora è tutto molto più semplice perché gli spunti quotidiani sono moltissimi, sta poi a ciascuno capire quali possono andare bene o meno per il proprio lavoro”.

Canali satellitari, blog, cuochi ospitati nelle trasmissioni più disparate e critici improvvisati.
Possiamo parlare di un’eccessiva spettacolarizzazione del cibo e della cucina?

“Una volta i cuochi erano considerati degli ubriaconi che a sessant’anni avevano esaurito il proprio corso, oggi sanno un minimo parlare e porsi anche in ambiti diversi, quindi la cosa non è negativa. Il problema principale è che bisognerebbe approfittare del momento di visibilità per lasciare un messaggio di qualità, evitando di dedicarsi esclusivamente allo spettacolo fine a se stesso altrimenti si rischia di banalizzare un mondo invece molto serio”.

Dal suo punto di vista, quello di interprete apprezzato, come sta andando la cucina d’autore italiana?
“Sta andando benissimo. Noi al contrario degli spagnoli o dei francesi non abbiamo un leader riconosciuto, cosa che a livello di prestigio ci limita, ma a livello pratico abbiamo la possibilità di avere molti più cuochi, molta più varietà e un movimento che cresce all’unisono. Si parla molto di cucina spagnola, ma in realtà è la cucina di Ferran Adrià, e non può farla nessun altro, il problema è che poi tutti si identificano in quella ma non con gli stessi risultati. Ed è per questo che forse noi siamo più fortunati, anche se probabilmente è un limite per certi aspetti, perché nominano lui e non noi, anche se siamo dieci o quindici di buon livello. ”.

Lei che è ormai un cuoco affermato, vede fra i giovani emergenti qualcuno che si sta distinguendo rispetto agli altri?
“C’è un esercito di bravi cuochi, io mi auguro vivamente col tempo possano uscire tutti. Il vero problema oggi è quello dei camerieri. Oggi come oggi nelle scuole alberghiere su cento alunni, novanta sono cuochi e gli altri camerieri. Ed è un dramma, perché ormai c’è uno squilibrio per il quale tutto ciò che è cucina va a mille, tutto il resto non funziona. Una volta il cuoco era l’ultimo gradino della scala, non era neanche considerato, mentre ora i ruoli si sono del tutto ribaltati. Il cuoco è tale anche solo, mentre il cameriere ha bisogno di una struttura alle spalle. Quella dello chef è ormai una figura a 360°, ci mette la faccia, la tecnica e il nome, ma in queste condizioni fatica a trasmettere il proprio concetto di lavoro a chi poi sta in sala”.

Per chiudere, i grandi cuochi vivono con il pensiero del giudizio: stelle, voti in ventesimi e forchette di merito. Com’è il suo rapporto con le guide?
“Penso che bisognerebbe fare un passo in avanti, così come sono impostate e sviluppate servono a poco, la guida cartacea è obsoleta perché ormai chi la consulta ha molteplici alternative a disposizione. Bisognerebbe andare oltre, ma ci vogliono i mezzi le idee e gli investimenti. Nel frattempo io continuo a fare il mio lavoro”.

19 giugno 2009

L’Isola nel Kantiere rivive con Neffa e Casino Royale

Piccola premessa, per problemi di tempo sto continuando a postare pezzi miei già inseriti altrove. In questo caso però allego con grande piacere alle parole due scatti gentilmente concessi dal fotografo Mauro Puccini (www.labrena.it/photojournal) ispirato testimone della splendida serata del 26 aprile scorso.

Cash For Chaos@Tpo Bologna

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su Cittadigenova il 27/04/09)

C’erano tutti o quasi domenica al T.p.o di Bologna, per il primo di una serie di appuntamenti dedicati all’Isola nel Kantiere. Vecchi e giovani kids influenzati da uno dei luoghi di culto della controcultura giovanile tra fine Ottanta e primissimi anni Novanta. Un’esperienza che ha segnato profondamente non solo la città ma tutto il movimento dei centri sociali; una storia da ricostruire e ricordare attraverso immagini, suoni ed eventi per un luogo che fu crocevia di linguaggi espressivi che contribuirono anche alla nascita del movimento Hip hop in Italia grazie a Isola Posse All Star e Sangue Misto. Ideali che dopo vent’anni sono tornati a vivere nella serata del T.p.o., dove al fianco dei Casino Royale si sono esibiti alcuni degli storici protagonisti di una realtà musicale e sociale di grandissimo impatto. Mentre lo spazio di via Casarini si riempie velocemente, sulle pareti scorrono le immagini più significative di quegli anni, i volti, i concerti, i cortei; fotogrammi dove i più grandi si riconoscono non senza emozione. I giovani osservano con attenzione, cercando di cogliere particolari e sfumature per arricchire una conoscenza fin lì solo musicale. La stessa che da li a poco apre la serata, con il breve set di Deda-Katzuma e Gopher i quali introducono l’evento vero e proprio. Iniziano i Casino Royale, milanesi, ma fortemente legati al contesto bolognese, non solo per la presenza nelle loro fila di Alessio Manna ma anche per le molte frequentazioni attive nel centro sociale in quegli anni, che hanno avuto più di un’influenza sul loro Dainamaita. Scorrono fra le altre Royale Sound, Crx, la splendida Cose Difficili, Royale Rockers, Re senza trono e la cover dei Clash ribattezzata Evolution Rock per l’occasione. Il tutto nella recente veste reggae che fa rasentare ormai al gruppo una perfezione da band giamaicana. Alioscia spiega, racconta, si emoziona, in un clima generale che va ben al di là della semplice rievocazione storica. La prova arriva subito dopo quando sul palco salgono Papa Ricky, Gopher, la leggenda Soul Boy e Neffa; spogliato della veste di artista da classifica e perfettamente a suo agio in questo ritorno alle origini nell’ambiente che lo ha visto crescere. Solo alcuni dei personaggi più importanti dell’esperienza dell’Isola, mentre molti altri rimangono fra il pubblico. Il ritmo rimane in levare con i Casino Royale ad occuparsi della musica e il microfono che passa di mano in mano come in una vera Jam, come in “Stop al Panico” manifesto musicale dell’Isola Posse All Stars; come se questa fosse una serata “Ghetto Blaster” di due decenni fa. Il risultato è da brividi e non risparmia emozioni sia sopra che sotto il palco dove il fascino emotivo della serata annulla il gap generazionale in un pubblico che in quelle tre ore riesce a sentirsi parte integrante di un piccolo evento storico. Una sensazione condivisa sia da chi quegli anni li ha vissuti in prima linea, sia da tutti coloro che sono venuti dopo ed hanno recepito attraverso la musica un periodo molto importante per la scena italiana troppo spesso sottovalutato. Dagli strumenti ai vinili, dal reggae al funky, l’evento benefit prosegue fino a notte fonda, con le luci accese e la pista ancora gremita, perché nessuno vorrebbe andarsene e lasciare un’atmosfera ed un mood davvero speciali. La vita non si ferma, il tempo non si ferma.

Pubblico (Courtesy Mauro Puccini)

18 giugno 2009

Ultima fermata Vico Equense

Foto archivio CDS

di Benedetto Marchese

(pubblicato su Cittadellaspezia.com il 15/06/09)

A distanza di un anno i testimoni di un fallimento, in questo caso sportivo ma non meno doloroso, sono sempre gli stessi; presenti all’ultimo appello, pronti a riempire pullman e auto per raggiungere Vico Equense. Circa centocinquanta, radunati all’alba di una domenica mattina ancora una volta dedicata agli aquilotti e a traguardi sempre impossibili da raggiungere; passeggeri di mezzi troppo scomodi per affrontare un viaggio lunghissimo. I volti, i protagonisti, sono sempre gli stessi, quelli di Messina dodici mesi fa o dei campetti di periferia visti nel corso di questa disgraziata stagione nei dilettanti, gli stessi che se se fosse necessario raggiungerebbero anche la Luna per trascinare lo Spezia via da questo scempio. Incastrati nei seggiolini di autobus disastrati, come nel traffico di una classica domenica balneare nella meravigliosa costiera Sorrentina, lasciati alle spalle Napoli, il Vesuvio e Castellamare ecco Vico Equense che precede Sorrento. Le carovane di turisti virano verso il refrigerio del mare e le spiagge affollate, gli aquilotti salgono verso il Monte Faito, scalano letteralmente strade strettissime, sfiorano muretti, schivano scooter e moto che s’intrufolano ovunque, fino a raggiungere Massaquano. La piccola frazione di Vico regala scorci da cinema Neorealista, in cui i visitatori calcistici richiamano l’attenzione di tutta la comunità. Questa non è la Gomorra di Roberto Saviano ma un piccolo borgo che vive il sogno di un gruppo passato dall’Eccellenza ad un tutto per tutto contro una squadra che riuscì ad alzare una coppa al San Paolo. Chiuso come un fortino all’interno del caseggiato, il piccolo stadio dei locali è pavesato a festa con striscioni che incoraggiano i propri beniamini e salutano la nobile decaduta. La tribuna è gremita, il settore ospiti contiene a fatica gli aquilotti, mentre per i più indolenti balconi finestre o direttamente i tetti delle case, diventano tribune vip nelle quali ospitare parenti ed amici. Niente clima da Sudamerica, nessun ambiente ostile, solo una grande voglia di vivere l’evento fino all’ultimo minuto, lasciando ai perplessi tifosi in bianco il compito di sostenere ed incitare la propria squadra. Si perché mentre i centocinquanta si sgolano per difendere due risultati favorevoli su tre, il Vico Equense attacca; carica verso la porta di Fornari, domina fino all’assurdo fallo di Frateschi che lascia lo Spezia in dieci. Nell’intervallo il caldo e la tensione fanno la fortuna dei venditori di bibite e granite che regalano qualche secondo di sollievo a chi si trova a settecento chilometri da casa. Pochi attimi, perché al ritorno delle squadre in campo lo Spezia crolla sotto i colpi di Trapani. L’attaccante di casa ci mette trenta secondi per portare in vantaggio i suoi, materializzando a poco a poco negli occhi dei presenti errori e contraddizioni di una stagione da dimenticare. Aggrappati alla rete di metallo, sudati e stremati più di qualche giocatore, i tifosi si aspetterebbero la reazione della squadra, distante solo un gol dalla semifinale. Ma i padroni di casa non lasciano spazio, volano sul sintetico sfiorando il raddoppio più volte, fino alla punizione del solito Trapani che chiude il discorso. Da un lato esplodono fuochi d’artificio e la gioia di paese, dall’altro si abbassano gli sguardi per coprire lacrime e incredulità, si cercano colpevoli e responsabili, si trascorrono gli ultimi venti minuti in attesa di un miracolo che non può avvenire, non questa volta, non qui. La rincorsa verso un altro calcio finisce in un luogo che è invece la massima espressione della categoria; lo Spezia della solidità economica e dell’improvvisazione gestionale si ferma al Massaquano, pochi lustrini e molta concretezza. L’ultima fermata di quest’annata delirante ha sullo sfondo la bellezza della costiera e la semplicità del suo entroterra, fin troppo accogliente ma pronto a ricordati che alla fine va avanti chi ci mette qualcosa di più. Ha il volto dei bambini che in fila assistono alla triste sfilata dei torpedoni, i primi sorridono, salutano; l’ultimo si lascia scappare una risata e con le mani disegna un due ed uno zero. Tutti a casa per favore.

16 giugno 2009

“L’informazione è il nuovo colore”, intervista a Carlo Zanni

Carlo Zanni

di Benedetto Marchese

(Pubblicata su Cittadellaspezia l’11/05/2009)

Trentaquattro anni, attivo fra Milano e New York ma spezzino di nascita, Carlo Zanni è un artista che esprime il suo punto di vista sul mondo muovendosi agevolmente attraverso le immagini, le installazioni ed una continua ricerca espressiva mediata dall’uso della Rete Internet e delle sue innumerevoli applicazioni. Nel numero di aprile l’autorevole rivista d’arte Exibart.onpaper gli ha dedicato la copertina con lo scatto tratto dall’opera “The Shape of Lives to come”. Un significativo riconoscimento per un artista le cui opere (visibili nel sito www.zanni.org) sono state ospitate nei più importanti spazi internazionali dedicati all’arte contemporanea. Dal Museum of Contemporary Art di Chicago alla Galleria Sala 1 a Roma; dal New Museum all’Hammer Museum di New York, fino all’ICA di Londra. A lui abbiamo chiesto un parere autorevole sulle dinamiche e le prospettive di un mondo in costante evoluzione come i suoi lavori.

Dalla Spezia ai più importanti musei d’arte contemporanea, quanto e come hanno influito le sue origini sulla sua carriera e come è cambiato il suo rapporto con la città o il modo di viverla quando vi ritorna?
Non lo so, non credo abbiano influito più di tanto. E’ possibile però che la presenza del mare, un elemento per sua natura in continuo cambiamento, abbia in qualche modo eroso e scolpito la mia sensibilità. Non abito più stabilmente a La Spezia da 16 anni ormai. Allora vivevo la città da studente. Ora più o meno da turista.

Come si è evoluta negli anni la sua ricerca artistica che unisce i diversi linguaggi estetici tradizionali e quelli digitali più innovativi?
Nei primi anni Novanta, quando frequentavo l’Istituto Europeo di design a Milano, Internet era sconosciuta al grande pubblico. Quindi il tipo di formazione (in senso tecnico) è stato abbastanza tradizionale. Il mio primo lavoro maturo, intorno al 2000, è stato dipingere a olio su tela le icone dei programmi e delle cartelle che vedevo tutti i giorni sul desktop del mio computer. Mi è sembrata la cosa più naturale da fare per chi come me desiderava essere testimone dei cambiamenti socio culturali del proprio tempo. In quei giorni Napster stava letteralmente mettendo sotto sopra il mondo discografico americano. Sappiamo tutti come è andata a finire. Nello stesso periodo Internet stava pian piano diffondendosi ed è sempre del 2000 il mio primo lavoro Net ”e-sm”, un progetto molto più semplice delle produzioni che affronto ora. Voleva far riflettere sulla natura della propria identità nella nuova era dei computer in Rete. In un certo senso non c’è mai stata una netta separazione tra un prima e un dopo nella mia ricerca ma sicuramente fondamentale è stato individuare nei flussi di dati condivisi in Rete una possibilità per dar vita a dei progetti aperti in continuo cambiamento. L’informazione è il nuovo colore. Dal 2000 ad oggi c’è stata un’evoluzione nell’organizzazione produttiva e una sempre maggiore attenzione alla situazione politica che nei primi lavori era meno evidente.

Già in passato con “Altarboy” aveva sollevato il problema dei diritti di un’opera che di fatto era aperta a tutti, ma come si rapporta la net-art fruibile in Rete, con il mercato dell’arte?
Il mercato dell’arte è molto vasto e complesso. Il fatto di vendere o collezionare questo tipo di lavori non significa che siano entrati a pieno titolo nel circuito economico legato all’arte. In generale è ancora molto molto presto. Per dare un’idea, se si esclude qualche caso sporadico, neanche il video è ancora entrato prepotentemente nel giro delle aste internazionali, ma nonostante tutto si comprano e vendono video regolarmente e per cifre considerevoli. Questa reticenza non dipende tanto dal fatto che un lavoro condiviso possa anche avere un proprietario, quanto dalle generazioni che in questo momento determinano le direzioni del mercato. Si tratta di persone in età molto matura, diciamo dai cinquanta anni in su, che non hanno moltissima familiarità con i nuovi mezzi di espressione né spesso trovano conveniente investire per primi grosse cifre su lavori d’avanguardia. Ma le cose stanno cambiando.

Kazimir Boyle, Gabriel Yared e Gotan Project; i suoi lavori più recenti sono impreziositi dalle colonne sonore di questi artisti; quanto influisce la musica sul suo modo di concepire la sue opere e con quali criteri viene scelta?
E’ un elemento fondamentale che spesso detta i tempi della narrazione. Non ho un criterio particolare. Mi interessa molto la musica di alcuni compositori di colonne sonore di film. Spesso questo “genere” di musica è un po’ didascalico, scontato e ripetitivo. Ma in alcuni casi, per certi autori, è l’esatto contrario. Trovano terreno fertile in registi visionari, e una buona piattaforma economica grazie ai quali possono avventurarsi in sperimentazioni e scrivere musica di grande qualità. In Italia un giovane bravissimo con cui mi piacerebbe in futuro collaborare è Theo Teardo (vincitore del David di Donatello 2009 come miglior musicista per “Il Divo” ndr).

Il recente lavoro “The Fifth day” può essere inteso come un manifesto del suo modo d’intendere l’arte, nella quale s’intrecciano il movimento, lo scorrere del tempo e l’unicità data dai flussi informativi dei dati della Rete che rendono il soggetto in costante aggiornamento?. Avrà un seguito?
Sì è un buon esempio ma non parlerei di manifesto. “The Fifth day” avrà un seguito con “The Sixth Day” che presenterò in autunno al Chelsea Museum, e con “The Fourth Day” che vedrà la luce forse nel 2010. Insieme formano quella che chiamo la trilogia del Condor. Sono tre lavori ispirati al film “I Tre Giorni del Condor” di Sidney Pollack, a sua volta basato su un romanzo di James Grady “I Sei Giorni del Condor”.

A ottobre il Chelsea Museum di New York ospiterà una sua personale, come hanno già fatto in passato l’Ica di Londra o altre gallerie internazionali. Pensa che all’estero ci sia maggior attenzione verso i giovani artisti?
All’estero ci sono molta più attenzione, competizione e professionalità. C’è anche un sistema museale, di gallerie private e di centri di arte contemporanea molto vasto e di alto profilo. In Italia abbiamo qualche centro di eccellenza e qualche galleria che fa ricerca. E’ tutto in scala più ridotta. Molti paesi, come gli Stati Uniti stanno scrivendo la loro storia in questi anni, altri paesi non rinunciano a partecipare attivamente al dialogo internazionale e si sforzano di restare culturalmente “magri e famelici”. L’Italia invece ha la pancia piena dei suoi tesori antichi, è come se fosse sempre domenica alle due di pomeriggio. Sei disteso sul prato a pancia all’aria, dormi pieno di vino e sorridi ebete mentre una mosca ti salta sul naso. Quella mosca è l’arte contemporanea in Italia. Questa è la realtà, ma spesso viene vissuta come una scusa per non fare niente o fare male.

Nell’immagine: Carlo Zanni, “My Temporary Visiting Position From The Sunset Terrace Bar”, 2007-08, Courtesy dell’artista e Annarumma404 Napoli/Milano

11 giugno 2009

Lazzaro e i Fedeli alla tribù

Foto courtesy@Stefano Stradini

di Benedetto Marchese

(pubblicato su Cittadellaspezia.it l’8/06/2009)

Qualche anno fa nel suo capolavoro “Fedeli alla Tribù”, John King scrisse che senza la passione il football sarebbe morto; senza i tifosi il gioco del calcio sarebbe ridotto a ventidue persone che corrono dietro ad un pallone. Secondo lo scrittore inglese e supporters del Chelsea, è invece la gente a farlo diventare una cosa importante, ad aggiungere il valore emozionale che gli permette di catalizzare l’interesse di milioni di persone. Per riconoscersi nel pensiero di King è sufficiente immaginarsi la partita di ieri in un’altra città: qualche decina di spettatori distratti, spalti semideserti e un gruppetto di irriducibili in un angolo a sostenere i propri colori. Nella disgrazia di questa categoria possiamo invece consolarci ripensando al pomeriggio vissuto e ai suoi tremila spettatori, al bianco della Curva Ferrovia e ad una gradinata che non si vedeva così da parecchi mesi. Clima da spettacolo vero, con una buona rappresentanza marchigiana e soprattutto la voglia del Picco di regalarsi qualche emozione in una stagione tanto lunga quanto avara di momenti esaltanti. Così nel teatro perfetto per una partita di calcio, anche chi è sceso in campo non ha voluto essere da meno, fornendo una prestazione molto convincete, determinata e si, a tratti spettacolare. Davanti al suo pubblico e ad un suo ex pupillo come Corrado Colombo, lo Spezia ha espresso finalmente quella superiorità che nei mesi passati era rimasta troppe volte nelle parole e nei giudizi dei tecnici avversari nel dopo gara. Ieri gli aquilotti hanno giocato da grande squadra, dimostrando di poter lottare per il traguardo finale potendo contare sull’apporto di tutto il gruppo. Contro il Fano i segnali più importanti sono arrivati dai più giovani come Triglia e Frateschi, ma anche dai più esperti e dotati tecnicamente come Masi, Capuano, autore di un tiro meraviglioso, e il solito Lazzaro con la sua doppietta. Gli autori dei gol hanno regalato giocate così belle da sembrare quasi stonate in questa categoria, hanno incantato la gente in bianco ed hanno ricevuto applausi convinti come non se ne sentivano da tempo. Per il bomber Lazzaro è arrivato anche un coro dal cuore del Picco che negli ultimi anni aveva dispensato i suoi battiti per un altro giocatore capace d’infiammarlo con le sue marcature. I paragoni non servono, ma l’andamento dell’attaccante di Susa e la dimostrazione d’affetto del pubblico devono al più presto essere tradotti in un nuovo e solido contratto in vista della prossima stagione. Le sue reti hanno contribuito a ridare nuovo entusiasmo ad una piazza che sembrava annichilita dal fallimento, spenta in quella che negli anni è stata la sua peculiarità più grande indipendentemente dalla categoria. I gol riaccendono la passione e la passione rende unico questo sport, perchè a Spezia come a Londra, in Premier come in serie D, è sempre una questione di fede.

10 giugno 2009

Intervista a Samuel dei Subsonica

di Benedetto Marchese

(pubblicata su Cittadellaspezia il 26/07/2008)


Insostituibile trascinatore sul palco, Samuel è frontman ma anche autore di molti testi dei Subsonica. Capace di adattare la propria voce, fra le migliori nel panorama nazionale, dalle esecuzioni più spigolose a quelle più armoniose, sia col proprio gruppo sia nelle molte collaborazioni e progetti paralleli che hanno avuto il suo prezioso contributo: Motel Connection, Antonella Ruggiero, Casino Royale e Linea77 fra gli altri. Instancabile davanti al proprio pubblico, gentile e cordiale fuori, dove racconta sfumature e attitudini di una delle più importanti e seguite band italiane.

Samuel la vostra esibizione al Pop Eye ha segnato il vostro ritorno a La Spezia a distanza di cinque anni; in questo lungo periodo quanto siete cambiati voi e quanto il mondo che vi circonda e che inevitabilmente influisce sul vostro modo di scrivere e comporre musica?
Sono cambiate parecchie cose; la nostra musica soprattutto, che da sempre è influenzata da ciò che ci gira intorno in particolar modo per quanto riguarda le dinamiche umane e sociali. Poi i Subsonica hanno un modo di approcciarsi in perpetuo movimento, senza fermarsi mai, cancellando quello che è stato fatto in passato per lavorare su cose nuove. Il disco precedente si basava molto sul lavoro fatto in sala prove, mentre quest’ultimo ha visto un ritorno alle origini quando la nostra musica nasceva davanti ai computer con un’impronta molto più elettronica, “svilendo” anche un po’ la figura di musicisti a favore dei sequencer. Ci siamo anche riappropriati di alcune tematiche più crude e reali, forse meno sognanti, proprio perché il mondo intorno a noi ci forniva certi temi; sicuramente c’è stato un grosso cambiamento.

Il modo in cui riuscite a fotografare la nostra società è una delle vostre peculiarità principali, quest’anno “Canenero” che tratta il tema degli abusi sui minori, è stata premiata da Amnesty Italia come miglior canzone sulla lotta per i diritti umani.
È stato sicuramente un traguardo importante, anche se nel momento in cui scrivi una canzone non lo fai pensando a premi o riconoscimenti, soprattutto con un argomento come questo così complesso e difficile da sviluppare. Noi l’abbiamo sfiorato, abbiamo provato a rappresentarlo, dopo aver letto il libro di Giuseppe Genna “Dies irae” che in qualche modo ci ha dato una visione molto interna del problema, dato che nessuno di noi l’aveva vissuto in prima persona. Poi nel momento in cui la canzone è uscita ha preso una sua vita, molte persone ci hanno raccontato le loro esperienze dirette, entrando tutte inevitabilmente a far parte di questa canzone. Quando la canto ci sono tutte.

Il vostro rapporto con la letteratura è dunque ben radicato, siete stati fra i primi a porre l’attenzione su Gomorra e la vicenda di Roberto Saviano e a lui avete dedicato anche “Piombo” uno dei pezzi più forti dell’album “L’eclissi”. Come si è sviluppato il rapporto con lui, costretto a vivere costantemente sotto scorta?
Il libro era appena uscito, ci ha subito colpiti ed è stato quindi naturale pubblicizzarlo ponendolo all’attenzione del pubblico sul nostro sito e da lì, grazie anche ad una nostra fan è iniziato un rapporto epistolare via mail con lui. Poi gli abbiamo dedicato la canzone, che ovviamente parla di quello che lui ha raccontato e che abbiamo scritto con l’aiuto di Meg, per avere anche una voce del territorio. Questo gli ha fatto molto piacere, ha scritto un bell’articolo su di noi e l’amicizia è proseguita sempre solo via mail dato che per ovvi motivi non siamo mai riusciti ad incontrarci. Il rapporto di stima è comunque reciproco e molto forte.

Tornando al concerto, negli anni avete inserito nei live alcune cover, da “Tu menti” dei CCCP a “War” di Bob Marley al classico “Ain’t no sunshine”. L’ultima in ordine di tempo è “Up patriot to arms” di Franco Battiato, com’è venuta l’idea di proporla in questo tour?
Tutto è nato l’anno scorso durante il Traffic, un festival, una realtà molto importante che “vive” a Torino una volta all’anno e che vede Max (Casacci) come uno dei direttori artistici e anima dell’iniziativa, e che ha voluto fortemente che il festival fosse gratis per andare controcorrente rispetto ai prezzi troppo alti dei concerti. Battiato, presente come headliner ci ha chiesto di eseguire con lui un suo brano, questo ci è sembrato quello più subsonicamente coverizzabile e in seguito abbiamo deciso di riproporlo anche in tour.

Il vostro rapporto con il pubblico è stato fin dagli inizi di costante scambio di idee ed opinioni anche grazie al vostro sito, diventato un vero punto d’incontro per tutti i vostri fans. Come è cambiato negli anni con il crescere del vostro successo?
Sin dai primi periodi della nostra storia c’è sempre stato un contatto diretto col nostro pubblico, spesso finiti i concerti facevamo serata con chi era venuto ad ascoltarci. Il fatto di fare musica per noi era anche una scusa per comunicare, per raccontarci e conoscere le persone e viverle. Più vai avanti e più diventa difficile però, perché tra te e le persone che hanno realmente voglia di comunicare con te ad un certo livello, si inseriscono tutti coloro che cercano un contatto solo per aver a che fare con degli artisti. Mentre per quanto riguarda il sito abbiamo deciso di mantenere questo filo diretto che ci lega al nostro pubblico, lo aggiorniamo giornalmente cercando di raccontare quello che ci succede. Il legame è comunque molto forte.

Per chiudere, prossimamente porterete la vostra musica live anche oltre confine (Londra, Mosca, Ibiza), siete diventati un punto di riferimento per migliaia di giovani, avete una casa di produzione e diversi progetti paralleli. Come affrontate una mole di lavoro così grande?
Credo che quello che abbiamo da fare sia un buon impegno, una strada che ci permette di fare quello che vogliamo, di avere più libertà, di scegliere le persone con cui lavorare e di continuare a farlo. Non crediamo nel sovraffollamento della crescita continua delle cose da fare. Abbiamo trovato la formula che funziona e che ci permette di stare in equilibrio con la nostra musica e la portiamo avanti sempre col medesimo entusiasmo.

(pubblicata su Cittadellaspezia il 26/07/2008)

5 giugno 2009

La signora Ojo e una serata con Cristiano Ronaldo

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su Cittadigenova il 10/05/09)

La precisazione è doverosa quanto scontata: in queste righe non si parla di gossip, ne dell’ennesima avventura sentimentale del fuoriclasse portoghese. La passione e i sentimenti in questione riguardano il calcio, più nel dettaglio la semifinale di Champions League giocata martedì fra Arsenal e Manchester United. Fascinoso appuntamento vissuto in diretta grazie all’interesse di un amico londinese e all’abbonamento della gentile signora Ojo, complice una semplice telefonata e l’invito ad assistere alla partita che ha deciso la prima finalista di Coppa dei Campioni. Certo, il cuore batte forte per un’altra squadra, ma come rinunciare ad un’occasione del genere? Grande posta in palio, molti campioni da vedere dal vivo e primo attesissimo contatto con l’intrigante realtà calcistica inglese; impossibile resistere. Arrivo a Londra, saluti con l’amico che condivide la stessa passione per il football e via nella metro destinazione Arsenal. Tre ore prima del fischio d’inizio i vagoni della Piccadilly Line che viaggiano verso nord sono già stipati dei tifosi diretti all’Emirates Stadium; le sciarpe e le magliette biancorosse spiccano vistosamente fra i turisti e i businessman in giacca e cravatta. Padri e figli, stessi colori, medesimi silenzi pieni d’ansia e aspettative con il gol di O’Shea dell’andata da ribaltare. Finalmente le porte si aprono e la piccola folla riemerge in superficie composta, sparpagliandosi nella già viva Gillespie Road nel cuore di Holloway, muovendosi nella stretta strada costeggiata da due file di case. Alcune di queste ospitano i punti di ritrovo dei tifosi, distribuendo birre e cuocendo hamburgers in quantità tali da diffonderne il profumo in tutta l’area circostante; quella che ha fatto da sfondo al celebre “Febbre a 90°”, a pochi metri dal leggendario Highbury. I locali chiacchierano, salutano, trascorrono impazienti il tempo che manca; mentre gli altri, i più curiosi osservano gesti e rituali, cercando di cogliere abitudini e stati d’animo. Il paragone con le nostre consuetudini è inevitabile; colpiscono la tranquillità almeno apparente, la presenza delle molte bancarelle nelle quali spiccano i colori sociali dei Gunners e gli immancabili macht programmes, vera e propria istituzione da queste parti. La Metro nel frattempo continua a liberare supporters in tenuta d’ordinanza, e anche in questo caso non passa inosservata la presenza di maglie ufficiali, quasi obbligatorie come il prezioso tagliando, che in molti chiedono nel flusso di persone che si dirige verso lo stadio su Drayton Park. Da un lato una modesta fila di case allineate, dall’altro il maestoso ingresso del nuovissimo impianto che conduce all’interno della cittadella dove sorge l’Emirates. Curiosità ed emozione si mescolano inevitabilmente, ma nell’avvicinarsi all’entrata sorge un po’ d’inquietudine data dalle imposizioni del nostro calcio: biglietto nominale, incedibilità dello stesso e documento da esibire. La carta d’identità è già pronta, ma la tessera stagionale è a nome della signora Ojo. Che fare? Nulla. Mentalmente si costruisce la frase da dire allo steward al tornello, ma questo sorride ed invita da inserire il codice a barre nel lettore. Pochi secondi e si è finalmente all’interno. Nessun problema, niente perquisizione e molta cordialità; il modello inglese non sembra poi così male. Sessantamila persone stanno espletando la stessa procedura, ma tutto viene fatto nella tranquillità più assoluta, i corridoi sono liberi e gli accessi ai vari settori ben segnalati. Le uniche code si registrano presso le “Sauce stations”, angoli predisposti alla distribuzione di ketchup e salse varie per arricchire gli immancabili panini. Anche questo è business, come la bottiglietta d’acqua griffata Arsenal o i contenitori con l’effige del cannone Reale, o ancora la bandierina ordinatamente poggiata su ognuno dei seggiolini. Le stesse che di li a poco sventolano all’unisono all’ingresso in campo delle due squadre, mentre fra un inno e l’altro risuona il tema della Champions League, colonna sonora ad effetto a pochi secondi dal fischio d’inizio. Il colpo d’occhio è eccezionale, reso ancora più significativo dalla presenza di differenti etnie unite dalla stessa passione. La normalità in una città multietnica come Londra, pura utopia se rapportata alla nostra realtà. I colori non sono i propri così come la storia del club, ma il coinvolgimento è inevitabile; tornano alla mente il libro di Nick Hornby e il gol di Micheal Thomas nella vittoria del 1989, in una serata in cui gli uomini di Wenger devono vincere a tutti i costi contro i Red Devils di Cristiano Ronaldo. Appena il tempo di riportare l’attenzione al campo e alla partita che il portoghese entra in area, mette al centro trovando la sciagurata caduta del giovane Gibbs e il destro di Park che porta in vantaggio lo United chiudendo il discorso qualificazione. Ammutoliti i Gunners, esplodono i Mancuniani, mentre Cristiano Ronaldo mette la firma sul trionfo con la punizione calciata da trenta metri. Due a zero e accademia, con i giovani padroni di casa smarriti e lo squadrone perfetto di Ferguson che gioca a memoria, con Rooney a fare quasi tutto (compreso il terzino) e il fenomeno portoghese pronto ad aprire e chiudere il contropiede del 3-0 prima dell’unitile rigore di Van Persie. Lo spettacolo atteso e cercato passa per le giocate di questi fuoriclasse che spezzano il sogno dell’Emirates e le speranze del suo pubblico, che alla fine applaude comunque prima di rimettersi pazientemente in coda in attesa del prossimo treno, che purtroppo non porta a Roma. Chissà, forse ha fatto bene chi ha deciso di saltare l’appuntamento con Cristiano Ronaldo. Grazie di cuore signora Ojo.


4 giugno 2009

Intervista a Danno dei Colle der Fomento

DANNO

di Benedetto Marchese

(Pubblicata su Cittadigenova il 10/02/09)


L’hip hop come stile di vita, la metrica e il microfono come armi per resistere nelle difficoltà di ogni giorno, nella Roma che si rispecchia nei mille vizi e nei problemi di un’Italia che i Colle der Fomento da una quindicina d’anni attraversano spinti dall’amore per il rap e dalla voglia di lasciare un messaggio. Recentemente sono tornati anche a Genova e alla Spezia, dove ad attenderli hanno trovato un May Day entusiasta che ha seguito a memoria tutti i brani dell’infuocata esibizione. Due piatti e altrettanti microfoni; parole su parole incastrate in rime taglienti e temi attualissimi, accompagnate da basi sapientemente costruite. Rap “Cuore più cervello” raccontato a Cdg da Simone “Danno” Eleuteri che con Masito e Dj Baro rappresenta il lato più credibile e coerente dell’hip hop italiano.

Siete tornati Alla Spezia dopo tre anni, un periodo abbastanza lungo nel quale oltre al disco “Anima e Ghiaccio” ci sono stati altri progetti; ma quanto è cambiata la società che vi circonda e inevitabilmente influenza il vostro modo di scrivere?
Tutto cambia…e tutto si trasforma in teoria, per cui è facile risvegliarsi un giorno e guardarsi indietro e trovare tanti dubbi al posto delle vecchie certezze sui cui avevi fondato la tua vita. Credevo o meglio speravo in un genere umano più capace di volersi bene, di prendersi cura di se stesso e invece noto tutti i sintomi di una forte tendenza all’autodistruzione, come se ci fossimo dichiarati guerra da soli. E se un tempo l’autodistruzione era a suo modo una forma di ribellione e di libertà, oggi è tanto fashion quanto il resto dei prodotti esposti in vetrina. Oggi è tutto molto maleducato, come se provare un po’ di amore verso se stessi o verso gli altri fosse da sfigati. Oggi va di moda il bullo, vanno di moda le pistole, i coltelli e i tirapugni come loghi sulle magliette; oggi nei videogiochi non piloti piu’ astronavi in guerra contro gli invasori alieni, ma fai il pusher che deve conquistare la sua piazza di spaccio. E in tutto questo fatico sempre di piu’ a trovare i motivi per sorridere, per questo se ieri scrivevo “Odio pieno”, oggi mi sento di dire che il Colle scrive per quel poco di amore che è rimasto, verso quelle poche cose o persone che ancora ci danno un senso alla vita.

Qui vi siete esibiti in uno spazio autogestito stracolmo di persone, mentre altrove stavano sgomberando una realtà simile e con una storia lunghissima. Dopo molti anni non si è ancora capito il valore sociale e culturale di certi spazi?
Mi permetto di dire una cosa forse scomoda: questo valore sociale e culturale, non si è capito perché spesso non è stato ben curato dagli stessi spazi. Il Colle ha sempre suonato in centri sociali e in spazi autogestiti e ha sempre supportato queste realtà sentendole di gran lunga piu’ vicine rispetto alle discoteche o i club fighetti. Ho paura però che molti centri sociali non si siano più di tanto evoluti rispetto a quindici anni fa, che ci sia ancora troppo una mentalità del “più un posto è sporco e tirato su con lo spago e meglio è”. Conosco alcuni centri sociali (il primo esempio a parte il May Day può essere il Rivolta di Marghera) che hanno cercato di organizzare bene le proprie attività sia musicali che culturali o sociali; che hanno lavorato per costruire uno spazio che oltre ad essere “contro il sistema” fosse anche funzionante e capace di offrire delle reali alternative in fatto di servizi. Il problema è che ne servono di piu’ di posti ben organizzati e bisogna portarli ancora più vicino alla gente normale. Il centro sociale non deve essere solo la casa del punk o del Rudeboy di turno, ma deve essere capace di arrivare anche al cittadino normale, che magari non conosce le alternative che il centro sociale può offrire.

Siete in giro ormai da una quindicina di anni, usciti indenni da tutte le fasi del movimento hip hop in Italia, dai primissimi anni underground a questi ultimi in cui si è consolidato come genere “per tutti”. Come è cambiato il vostro pubblico e il suo approccio alla vostra musica?
Ah, vallo a sapere, in realtà vedo moltissimi giovani, il che mi fa piacere, vuol dire che nonostante per scelta abbiamo deciso di non fare un rap troppo “da ragazzini”, le nuove generazioni apprezzano e vogliono sapere; mi chiedono com’era tempo fa o capiscono che il rap lo sappiamo fare. Vedo anche molti della nostra età e con loro c’e’ una sorta di affetto sincero, una sorta di legame generazionale che unisce tutti quelli che hanno vissuto l’epoca in cui Neffa regalava piccoli momenti di magia quotidiana con i suoi freestyle sui palchi. In realtà io penso che i supporters del Colle abbiano con noi un rapporto che non si basa solo sulla musica, c’e’ una sorta di “fiducia” che entra in gioco, basata sul fatto che non si sono mai sentiti traditi da noi. Probabilmente mettiamo molto nei testi, e questo fa si che al di la della musica nuda e cruda si crei un legame anche “mentale”, di “attitudine”, fra noi e i nostri fans piu’ accaniti. Quasi a dire “crediamo nella stessa cosa”.

Voi che della coerenza e dell’amore per quello che producete avete sempre fatto un cavallo di battaglia, come vi rapportate ad una scena che ultimamente spinge e produce modelli copiati dalla scena americana; gangsters più che da rappers?
Eh, ti dico una cosa: io sono il primo ad essermi ispirato tantissimo agli americani, la differenza è che prima i modelli erano diversi. Quando abbiamo fatto “Scienza Doppia H” io ero molto preso dalle cose Rawkus e dai discorsi sull’hip hop underground da backpacker (come vengono chiamati in America i nerd dell’hip hop). Anche quello era copiare o comunque ispirarsi, lo dico senza vergogna. Oggi va di moda il criminale, ritorniamo al discorso di prima, è cambiata la società e di riflesso è cambiato il rap, e io oggi non lo ascolto più tanto. Dico una cosa brutta, che ha già detto Bean prima di me: da quando ho cominciato a capire bene i testi, il rap mi è sembrato sempre piu’ una musica lontana dal mio modo di vedere il mondo. E anche la musica è cambiata, le basi di oggi non dico che siano brutte, anzi, è che hanno un’altra intenzione. All’inizio il rap non era nato per far ballare le spogliarelliste al palo, era più grezzo, aveva più di inventiva. Oggi tutti fanno la stessa cosa, tutti hanno gli stessi suoni e tutti bene o male ripetono sempre gli stessi concetti. Per fortuna che c’è Sean Price che mi tiene in vita insieme a Ghostface, Doom e pochi altri.

A questo proposito secondo te la grande diffusione di MySpace dove chiunque può caricare la propria musica, ha abbassato il livello generale o rappresenta comunque un mezzo accessibile a tutti per farsi notare?
Aiuto, domanda cruciale! Non lo So, Myspace da enormi possibilità a chiunque di farsi notare. E su questo bisognerebbe ragionare, tenendo presente di cosa l’esibizionismo fa fare a certa gente. E non aggiungo altro.

Qual è il vostro rapporto con il cinema, tema spesso ricorrente nei vostri lavori, da certe sonorità anni Settanta, alla partecipazione al progetto “Gli originali” con Franco Micalizzi, fino a Toro Scatenato, Guerre Stellari e alla citazione di “Accattone” nell’intro dell’ultimo album?. Soprattutto quest’ultima, è una riflessione sul mondo delle borgate e della città vista “dal basso”?
Più che altro è un richiamo a quello che ci piace. Nel rap di solito si mettono dentro se stessi e le proprie esperienze, per cui anche quello che ti ha colpito e che ti è piaciuto. Pasolini ha fatto dei film, soprattutto i primi in bianco e nero che sono dei capolavori, capaci in qualche modo di farti vedere come era la vita in quel periodo e in quei posti, come le borgate o la Roma di Accattone. Svelava un lato ancora piu’ umano, per quanto terribile a volte dell’umanità. Sembra che oggi sia difficile raccontare l’Italia per come è realmente, e invece io vorrei piu’ film come Gomorra, che mettono la telecamera in strada e riprendono senza troppi trucchi o finzioni. Noi del Colle abbiamo spesso gusti differenti in fatto di cinema, ma siamo tutti e tre d’accordo su mostri come Pasolini, Risi, Scola e Ferretti, o su nomi come Gassman, Tognazzi, Manfredi. Questi attori che ti raccontavano l’Italia con delle smorfie, quando lo stesso film era in grado di farti piangere, ridere, pensare e sognare. Tutto in poco piu’ di un ora e mezza; per non parlare di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, forse il piu’ bel film di sempre secondo il parere del Colle.

A tal proposito, vi è capitato più volte di prestare dei brani a dei film, ultimo in ordine di tempo “Più forte delle bombe” nella produzione americana “Jumper”, ma vi è mai stata proposta o avete mai pensato alla realizzazione di un’intera colonna sonora?
Beh ma noi facciamo rap, piu’ che altro scriviamo rime e più che altro le scriviamo quando ce l’abbiamo contro qualcosa o qualcuno. La colonna sonora è un lavoro per i musicisti veri, mi piacerebbe tantissimo ma non penso saremmo mai in grado di fare un intera colonna sonora, e ti dico di più, il rap, con tutte le parole che contiene è una musica che si adatta poco per il cinema secondo me. Va bene per i film “rap” o per i nuovi gangster movie, ma io in un film preferisco quasi sempre un accompagnamento strumentale che una canzone vera e propria.

Per chiudere, state già lavorando al seguito di “Anima e Ghiaccio”?
Certamente, a breve uscirà il nuovo singolo di presentazione del quarto album del Colle e se tutto va bene entro un anno dovrebbe essere pronto il nuovo lavoro…yo!



3 giugno 2009

La “Passionaccia” di Enrico Mentana

Foto Courtesy@Nicola Giannotti

Foto Courtesy@Nicola Giannotti

di Benedetto Marchese

(Pubblicato su Cittadellaspezia il 16/05/09)

Dopo le anticipazioni del Corriere della Sera e Vanity Fair, Enrico Mentana ha scelto Ameglia per la prima presentazione pubblica del suo libro “Passionaccia” edito da Rizzoli nei giorni scorsi. Nella serata organizzata dalla Res di Sarzana, l’ex conduttore di Matrix (che domani sarà alla Fiera del Libro di Torino e a “Che tempo che fa” su Raitre) ha spiegato di fronte ad una gremita e attenta platea la passione per il giornalismo dagli esordi fino al discusso divorzio con Mediaset. “Nel libro ho voluto raccontare come la mia passione sia assoluta –ha iniziato, rispondendo alle domande di Antonio Dipollina- non si può descrivere una storia d’amore partendo dal fondo. Per “passionaccia” si fanno le cose e si superano i diktat, in modo assolutamente indipendente; volevo raccontare questo e gli errori. Nel libro si fa riferimento al rapimento Soffiantini, alla trasmissione sul cancro con Luigi di Bella e Rosy Bindi, ma anche alle molte guerre, prima fra tutte quella del Kosovo”. Chi si aspettava un riferimento diretto all’ormai famosa mail inviata a Fedele Confalonieri, è rimasto almeno inizialmente deluso, perché il giornalista, in piedi come stesse conducendo una puntata del suo ex programma nonostante i 39° di febbre; ha dedicato ampio spazio al suo primo rapporto con Fininvest. “Nel 1991 -ha ricordato- ero un disoccupato pagato dalla Rai, fui avvicinato da Gianni Letta il quale mi propose di creare da zero e in assoluta libertà il Tg5. Il massimo che potessi sognare”. Esperienza che gli avrebbe cambiato la vita e che avrebbe dato una svolta significativa al modo di fare informazione in Italia, come lui stesso racconta: “Abbiamo da subito cercato di lavorare sulla forma e sulla sostanza, doveva essere alternativo alla Rai scrollandosi di dosso il “Romacentrismo”. Non più solo politica ed economia ma anche molta cronaca; dovevano essere centrali i fatti straordinari accaduti a persone normali, e non il contrario. Lavorammo sul linguaggio eliminando termini inutili, favorendo chiarezza ed immediatezza, raccontando le notizie come venivano pensate, con maggior calore. Poi ci aiutò la fortuna, perché cinque settimane dopo scoppiò il caso Tangentopoli e il pubblico premiò la nostra scelta di dare tutte le notizie senza tagli”. Il passaggio cruciale fu la scelta di Berlusconi di dedicarsi alla politica: “Quando ce lo disse nessuno di noi avrebbe creduto che sarebbe arrivato a conquistare l’Italia – ha detto Mentana – riuscì a mettere insieme la destra di Fini e la Lega Nord. Forse in quelle successive si, ma nel 1994 Berlusconi non vinse grazie alle televisioni, Occhetto era politicamente più forte, ma lui rappresentava il nuovo. Indro Montanelli un giorno disse a De Bortoli: “Si sente un incrocio fra Churchill e De Gaulle”, per me si è sempre sentito semplicemente il più bravo. In quel momento il Tg5 aveva dalla sua l’ottimo gradimento di ascolti e non aveva senso cambiarlo. Nel 2001 ricevetti l’offerta di La7, fui tentato ma valutai e decisi di restare influenzato anche dall’ottimo rapporto col pubblico; fino al novembre 2004 quando lasciai dopo tredici anni, con molta amarezza ma la coerenza necessaria”. Ricordi che s’intrecciano, fatti raccontati con la vivacità e l’ironia di sempre, fino alla cena post elezioni dell’aprile 2008, agli ultimi giorni di Matrix e al discusso addio: “Quella Mediaset era diversa dalla precedente, scrissi a Confalonieri facendogli notare che ormai ero di troppo, volevo solo uscire di scena senza strumentalizzazioni, anche se qualcuno ha voluto vederci altro”. Il riferimento è alle recenti dichiarazioni di Santoro, e Mentana aggiunge: “Per me ha una sua linea, come Emilio Fede, non ci si può aspettare qualcosa di diverso vedendoli”. Ma il discorso torna inevitabilmente agli ultimi giorni della trasmissione: “La situazione era già deteriorata, e uno dei passaggi finali fu indubbiamente quello della questione Di Pietro, mi fu detto che non doveva essere ospitato e allora lo invitai, creando inevitabile irritazione. La sera della morte di Eluana riuscii casualmente ad avere la notizia prima dei media, chiamai subito i vertici aziendali proponendo tre possibilità, senza mettere in discussione il Grande Fratello. Mi fu risposto che Pier Silvio Berlusconi non era d’accordo, e vedendo in tv il finto dramma di una concorrente del programma mentre tutto il resto del Paese stava vivendo un altro dolore, decisi di farmi da parte. Qui torna in ballo la Passionaccia, non mi andava di allinearmi e se non avessi preso posizione forse non sarei stato estromesso. Da allora ad oggi non ho più sentito nessuno di Mediaset, e l’azienda non ha mai raccontato come sono andate le cose. Non mi piace il vittimismo, penso solo di avere diritto ad una motivazione. Chi è andato al mio posto non è responsabile e credo che anche Silvio Berlusconi non abbia influito più di tanto in quello che mi è successo”. Una vicenda che sembrerebbe uno specchio dell’informazione in Italia definita “parzialmente libera” nel recente rapporto Freedom House, ma il giornalista precisa: “È una fesseria, e gli esempi sono i molti programmi e i giornali che fanno informazione liberamente. La crisi economica ha portato alla sudditanza della stampa alla politica, essendo questa fatta di un solo polo si è squilibrata. Ci sono molti conflitti di potere, ma in quale altro paese si può ascoltare Marco Travaglio in prima serata?”. L’esempio è abbastanza convincente, nonostante il recente “taglio” di Beatrice Borromeo dal programma l’Era Glaciale di Daria Bignardi; e prima di chiudere la bella serata Mentana annuncia di essere pronto a ripartire: “In questo momento è difficile pensare a progetti giornalistici nuovi, non ho mai avuto contatti diretti con Sky ne prenderei mai il posto di Emilio Carelli a SkyTG24, anche perché sono convinto che l’informazione debba essere generalista. Ho avuto la fortuna di fare tantissime cose ma non penso di stare molto con le mani in mano”.


2 giugno 2009

Intervista a Pardo dei Casino Royale

di Benedetto Marchese

(Pubblicata su Cittadigenova il 19/01/2009)

Una carriera contraddistinta dalla voglia di mettersi sempre in gioco, dalla coerenza e dalla passione per la musica in ciascuno dei suoi aspetti, che hanno fatto dei Casino Royale uno dei gruppi più influenti e rispettati della scena musicale italiana. Esperienze, emozioni e progetti futuri cordialmente raccontati subito dopo il concerto da Michele “Pardo” Pauli, chitarrista e veterano della band milanese.

Iniziamo dal progetto “Royale Rockers” credo sia d’obbligo partire dalla vostra recentissima serata di Rimini in compagnia di David Rodigan, uno dei dj reggae più conosciuti e stimati al mondo, fra i primi a “benedire” le vostre reggae sessions.
-È stata sicuramente un’ottima partenza perché appena abbiamo finito il disco, al quale abbiamo volutamente dato un’impronta molto radicata e precisa, legata al reggae degli anni Settanta, gli abbiamo fatto avere i demo in anteprima. Lui ha apprezzato e una notte ci ha mandato un sms dicendoci che aveva capito lo spirito del progetto e che il suono era quello giusto. A quel punto avremmo anche potuto non vendere neanche una copia che saremmo stati comunque contenti. Quando qualche sera fa ci siamo rincontrati ci ha fatto complimenti molto belli dicendo che dal vivo il tutto suonava ancora meglio. È un grandissimo personaggio e la cosa ci ha fatto molto piacere.

Il progetto ha avuto grande successo, vi aspettavate un riscontro di questo tipo?
-Abbiamo inevitabilmente strizzato l’occhio al fatto che ormai il reggae non è più un genere di nicchia e questo forse ci ha un po’ aiutati; dal punto di vista personale è stata una bella sorpresa perché abbiamo capito come certi pezzi possano funzionare anche legati a sonorità che non avevamo mai scandagliato prima. In ogni caso non ci aspettavamo una risposta così massiccia e devo dire che per una volta ci sono capitati anche alcuni colpi di fortuna, su tutti quello del Rototom Sunsplash quando Luca Valtorta direttore di XL dopo la nostra esibizione ci ha chiesto di distribuire il disco con la rivista. Lo spettacolo funziona, due giorni fa nella data di Roma molta gente non è neanche riuscita ad entrare. Siamo molto soddisfatti e credo che questo possa essere un ottimo viatico al nuovo disco.

Quindi Royale Rockers avrà un seguito o vi concentrerete subito sul nuovo album di inediti?
-Da febbraio inizieremo a pensare al nuovo lavoro che dovrebbe uscire nell’autunno 2009, di sicuro quest’esperienza peserà, ma nel modo in cui lo faranno anche quelle passate. Royale Rockers potrebbe avere un numero due magari dopo il disco di inediti, ci sono molti pezzi vecchi adatti a suonare perfettamente in chiave reggae. Potrebbe anche diventare un appuntamento fisso, un’altra veste di Casino Royale; diciamo che è un altro lato possibile.

Per quanto riguarda la genesi di Royale Rockers, qual è stata la molla che ha dato il via al progetto?
-In realtà l’idea è venuta in modo molto spontaneo, non premeditata. Spesso quando in studio proviamo le voci ci viene naturale fare l’accompagnamento in levare, perché comunque il reggae è parte fondamentale del nostro background. Poi ci è capitato di riarrangiare dal vivo alcuni pezzi di “Reale”, ricevendo un’ottima risposta dal pubblico; siamo riusciti ad organizzare la prima data a Sassari più o meno un anno fa, dove è addirittura nevicato. Ci siamo detti “Proviamoci” e la cosa ha funzionato.

La collaborazione con Mikey Dread, figura storica del reggae jamaicano, è stata forse la chiusura di un cerchio fra voi e i Clash, da sempre vostro gruppo di riferimento.
-Anche in questo caso abbiamo avuto un po’ di fortuna, perché lui era venuto a Milano per lavorare al seminario “Redbull Homegroove” del quale noi gestivamo la parte del workshop. Non abbiamo perso l’occasione di passare qualche ora in studio con lui e dalle molte cose registrate è poi uscito il singolo “Cosmic sound”.

Del vostro ultimo anno e mezzo mi vengono in mente alcune istantanee quali il ritorno a Londra, l’esperienza a Tokyo e il Rototom Sunsplash di Osoppo. Luoghi e situazioni assolutamente differenti tra loro, ma che credo vi abbiano lasciato comunque qualcosa d’importante.
-Si come hai detto tu in ognuno di questi luoghi abbiamo fatto cose diverse, e proprio perché distribuite in poco più di un anno ci sono servite per capire quanto riusciamo ad immedesimarci nelle differenti emanazioni di Casino Royale. A Tokyo siamo andati come quartetto, con Michele Ranauro, in un’atmosfera più intima e raccolta; a Londra siamo tornati per i remix di “Not in the face” con Howie B, quindi una cosa un po’ fuori dagli schemi; mentre l’esperienza al Rototom è stata forse quella più “normale”. Abbiamo preso del bene da tutte e tre l’esperienze, le serate sono state capite; questo per un artista è il momento più bello ed importante, ti rendi conto che stai comunicando qualcosa. Per noi la musica è soprattutto questo.

Prima di “Reale” del 2006, avete passato un lungo periodo di inattività discografica; per quanto abbiate comunque continuato a fare altro, avete mai pensato di scendere a compromessi con le richieste del mercato anziché proseguire nel vostro percorso musicale?
-La cosa ci è sempre passata nelle orecchie e mai nella testa, nel senso che indirettamente è capitato di pensare di riproporre qualcosa di simile ai lavori precedenti; ma alla fine no, non siamo mai stati condizionati. Questa cosa è stata a volte controproducente, ma alla lunga abbiamo avuto ragione noi perché non abbiamo mai perso credibilità. Siamo riusciti a fare quello che volevamo mantenendo comunque una buona qualità; certo non abbiamo mai fatto il “botto” né siamo mai usciti del tutto dall’underground, ma anche questa forse è una condizione che abbiamo voluto e che ci ha portato dove siamo adesso.

Per chiudere, riguardo al nuovo album, ci sono fatti o situazioni che vi stanno facendo ragionare sui testi che andrete a comporre? Mi viene in mente il tema sempre attuale della guerra trattato in “Là dov’è la fine” (1997). E ancora, avete idee su chi potrà essere il produttore dopo la proficua collaborazione con Howie B?
-La guerra è purtroppo una condizione umana e quindi un tema sempre attuale, in quel caso c’era stata l’esperienza di Alioscia andato in Bosnia con un viaggio umanitario; certe tematiche nei nostri testi ci saranno sempre. Comunque al momento ci sono cose che avevamo lasciate indietro da “Reale”, altre che ci sono da tempo, mentre alcune sono nate con quest’ultimo lavoro. Gli elementi sono molti anche se tutto è ancora nella fase delle idee; mentre i testi solitamente nascono al momento, difficilmente arriviamo in studio con qualcosa di già pronto. Per quanto riguarda il produttore devo dire che l’esperienza di Royale Rockers, pur essendo legata ad un disco di genere ci ha aiutati molto perché abbiamo fatto tutto da soli. Mentre il lavoro con Howie è stato ottimo perché è un grande produttore che capisce immediatamente le dinamiche del gruppo; penso che con lui collaboreremo in altre vesti. Inizieremo da soli e poi vedremo strada facendo, anche perché i soldi per fare dischi sono sempre meno. La musica e l’arte in generale devono essere sempre a contatto con la realtà e in questo caso la crisi è profonda per cui devi tirare fuori il meglio da quello che hai.