di Benedetto Marchese
David Rodigan a Genova: la storia del reggae al servizio di Sua Maestà
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Un giorno a Borghetto fra distruzione, solidarietà e speranze
di Benedetto Marchese
Mentre sui grandi media nazionali lo spazio dedicato all’alluvione si sta riducendo giorno dopo giorno, in tutti territori straziati dalla furia dell’acqua e del fango si continua a lavorare per ripristinare i servizi essenziali e mettere in sicurezza case, strade e torrenti, in attesa della nuova perturbazione prevista per il fine settimana. Anche a Brugnato e Borghetto di Vara, epicentri della catastrofe che dopo una settimana esatta presentano ancora segni impressionanti di una forza distruttiva senza precedenti.
Danni incalcolabili che si notano uscendo dal vicino casello autostradale (niente pedaggio all’arrivo ma 3,80 euro al ritorno. Non esattamente un gesto di cortesia da parte della Salt verso la gente colpita) in uno scenario da brividi: le strade sono monocromatiche, con l’asfalto coperto da un unico strato di fango; gli unici mezzi utilizzabili sono quelli dei soccorritori mentre gli altri sono accatastati agli angoli delle strade, accartocciati o ribaltati, intrecciati con radici o tronchi d’albero. Altri segni costanti di un paesaggio urbano e naturale completamente stravolto. Già a metà mattinata però l’incrocio principale di Borghetto, dove prima c’era una piazza ed ora resta solo una voragine a dividere i due ponti, è il punto d’incontro di residenti e volontari, uomini della Protezione Civile e dell’Esercito, Vigili del Fuoco e Forze dell’Ordine in un instancabile andirivieni scandito dai rumori delle ruspe e dei camion che caricano e scaricano detriti.
In quel che resta di una tabaccheria, con una parete sventrata dalla piena, è allestito un punto di ristoro con caffè e bottigliette d’acqua per quanti arrivano e ripartono verso i punti del paese nei quali c’è da dare una mano. Alcuni, non senza difficoltà, salgono verso Cassana collegata solo tramite una strada sulla quale passa a stento un’auto e costeggiata da decine di frane pronte ad esplodere nuovamente in caso di altre piogge.
Gli altri si fermano su via 4 novembre, straziata dalla forza del Pogliaschina, il torrente che scorreva a pochi metri dalle case e che nella tragica notte di martedì scorso non ha risparmiato nulla: vite umane, auto, case, cantine e garage.
Borghetto è infatti il centro che ha pagato il contributo più pesante con le sue quattro vittime, l’ultima delle quali l’ottantaduenne Alemanno Fabiani ritrovato proprio nella mattinata della festa di Ognissanti dagli uomini della Protezione Civile di Cogorno.
Fra i mezzi si muovono i piccoli gruppi di volontari, alcuni giunti qui per la prima volta, tutti equipaggiati con pale, stivali e carriole, pronti a trascorrere ore in box auto con la melma fino al ginocchio per sgomberare più locali possibili, pulire cantine e garage, liberare i primi piani delle abitazioni. Luoghi nei quali il segno putrido della distruzione non si ferma al metro e mezzo delle facciate, ma arriva direttamente al soffitto, dando l’idea di quella che è stata una bomba d’acqua inarrestabile. Nei volti di chi arriva c’è uno sgomento comprensibile nell’assistere a quello che sembra un macabro scenario di guerra, che riporta indietro negli anni ai drammi della Seconda Guerra che qui lasciò ferite profonde, ma anche l’encomiabile determinazione nel voler contribuire con tutte le energie possibili.
Ci sono gli Ultras, gli amatori di squadre di calcio e rugby, i ragazzi con i fazzoletti rossi, i gruppi di amici arrivati da ogni zona della provincia, dalla Liguria e da fuori regione. Nel buio di una cantina con l’aria resa irrespirabile dall’odore di cherosene si confondono dialetti ed origini, motivazioni ed energie. Persone che non hanno mai preso in mano una pala che scavano con impegno e sudore, donne e ragazze con il volto segnato dal fango che sollevano secchi pieni di detriti senza la minima smorfia di fastidio. Cercano cose da fare, chiedono, s’informano e talvolta si arrabbiano nello scorgere divise troppo pulite o confrontandosi con personale che coordina i lavori snobbando in alcune occasioni il loro impegno, oppure ascoltando domande banali o inopportune da parte di qualche cronista.
Volontari che si regalano un sorriso ed un bicchiere di vino offerto dai proprietari di una casa che grazie al loro intervento presto tornerà forse ad avere un aspetto riconoscibile. “Posso offrirvi solo questo” spiega una donna che continua a ringraziare un gruppo di ragazzi allungando bicchieri di carta e Dolcetto d’Alba: “Sono tornata qui per i miei genitori –aggiunge- mio padre è anziano ed ha quattro bypass ma non ne vuole sapere di stare fermo”. Si perché pur non avendo l’appeal mediatico di Vernazza o Monterosso, la Val Di Vara è abitata da gente tosta come quella delle Cinque Terre, che non si arrende di fronte ad una calamità di queste proporzioni e non si abbatte per un futuro più che mai incerto e privo di certezze economiche e lavorative.
Molti hanno perso tutto o quasi ma non si spaventano davanti alla prospettiva di dover ripartire da zero. Fra via San Carlo e via Roma nel cuore del borgo, la strada è ormai libera dal fango, si rivedono pietre e piastrelle del selciato, mentre le autobotti distribuiscono acqua potabile e l’ennesima auto viene estratta da un garage. Portata qualche decina di metri più avanti e lasciata in quella che era un’area verde ed ora è un malinconico cimitero di carcasse di macchine ed effetti personali. Fra un camion ribaltato e panchine piegate dall’informe massa marrone affiorano pezzi di quotidianità distrutta: fotografie, indumenti, cd, libri, pacchetti di sigarette e scatolette di tonno. Poco oltre, nel punto in cui il torrente s’incrociava con il Vara si ha una percezione migliore della forza distruttiva che ha attraversato la valle tirando giù ponti e strade, lasciando nel greto del fiume alberi sradicati e pezzi di cemento.
Nel fragore di motoseghe e ruspe, rotto solo dalle sirene dell’ambulanza che soccorre un vigile del fuoco colto da malore, fa impressione sentire alcune risate provenire dal luogo dove fino a lunedì c’erano un campo da pallone e gli spogliatoi in un prefabbricato ora sollevato da terra e piegato su un lato. Fra due auto rovesciate è rimasta in piedi la struttura di un campo da calcetto, anche se il sintetico è stato strappato e spostato come un tappeto di casa piegato malamente in un angolo. All’interno, nel fango, rimbalza il pallone di cinque ragazzini con gli stivali che fra un dribbling e l’altro calciano e segnano nell’unica porta rimasta al proprio posto. Seguiti dallo sguardo esausto e preoccupato di una madre esultano e si prendono in giro come si fa tra amici; in un attimo di normalità e speranza nei giorni dell’apocalisse.
(pubblicato su www.cittadellaspezia.com)
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Dalla jungle a Camo & Krooked, la notte Hospitality alla Brixton Academy
di Benedetto Marchese
Due dj chiusi all’interno di una gabbia circolare i cui led illuminano i volti di cinquemila persone, un impianto che spinge bassi potentissimi e alle loro spalle il logo inconfondibile identico a quello stampato su centinaia di t-shirt all’interno dell’O2 Academy. E’ stato questo uno dei momenti più significativi della terza serata Hospitality a Brixton dello scorso 30 settembre, con il set del duo austriaco Camo & Krooked che ha catalizzato l’attenzione di un pubblico che anche in questa occasione, dopo il primo evento di dodici mesi fa ed il bis di aprile ha fatto segnare sold out con parecchi giorni d’anticipo. I giovani gioiellini della Hospital Records hanno fatto le cose in grande per battezzare l’uscita del loro “Cross the line”, secondo album personale ma primo con la label di Tony Colman e Chris Gross che in questo momento guarda tutti dall’alto nella scena drum and bass, in quanto a qualità delle uscite e successo delle serate che sempre più frequentemente stanno varcando i confini britannici per un marchio che è ormai una garanzia assoluta di divertimento.
Come già accaduto nelle due edizioni precedenti l’appuntamento londinese è stato scelto per il lancio di una nuova pubblicazione ma anche per riunire in un’unica serata tutti i dj dell’etichetta per più di sette ore ininterrotte di drum and bass a 360°, dalla jungle delle origini magistralmente raccolta nei sessanta minuti dell’ospite d’eccezione Dj Zinc, fino alle variazioni più attuali liquid e dubstep. Per nulla emozionati dal ruolo affidatogli, Camo & Krooked che già con il precedente “Above & Beyond” avevano dato prova del loro talento, hanno offerto un set brillante ed adrenalinico, composto essenzialmente dai nuovi brani ed impreziosito dalla presenza di Tc, Messy Mc e dalla scintillante Ayah Marar la cui voce ha accompagnato i due su “Cross the line” e “Watch it burn”, confermando le potenzialità della cantante in grande ascesa nel mondo dell’elettronica inglese.
Se gli ultimi arrivati in casa Hospital hanno dimostrato di meritare primi posti nelle classifiche ed ampio spazio sui media, non sono certo stati da meno i veterani del gruppo che in quindici anni di attività ha ridato slancio e visibilità al genere, grazie anche alla duttilità di produttori come Danny Byrd. Dietro ad una postazione con tastiere, drumpad e vocoder ha dato vita ad uno dei momenti più coinvolgenti della serata, con brani come “Tonight” e la splendida “Sweet Harmony”, andando bel al di là del dj set vero e proprio l’uomo di Bath ha regalato anche un’anticipazione di quello che sarà il seguito di ‘Rave digger’ con l’ottima “B.R.I.S.T.O.L”.
Un dj carismatico che dà sempre l’impressione di riuscire a far muovere anche le gambe più pigre con qualsiasi tipo di ritmo, caratteristica che accomuna anche London Elektricity. Quest’ultimo, accompagnato dal fido Mc Wrec, da buon padrone di casa anticipa l’esibizione di Camo e Krooked racchiudendo in sessanta minuti i molteplici aspetti di suoni e melodie ordinate in sequenze raffinate e sempre sorprendenti. Richiami minimali in stile Med School (altro ramo della label), estratti dall’ultimo ‘Yikes!’, classici da brividi come “Your side” di SPY e sorprese assolute come “Rolling in the deep” di Adele o ancora “Live and let die” di Paul McCartney che sbuca dal nulla dopo un ingnorantissimo pezzo dubstep. Tutto totalmente inaspettato ma allo stesso tempo travolgente, come “Hold On” di Rusko che improvvisamente lascia spazio alla voce di General Levy di “Incredible” accolta con un boato dalla sudatissima massa di corpi sotto al palco.
Quando Colman conclude il suo set l’Academy è ormai piena all’inverosimile: se all’esterno Brixton porta ancora i segni dei riots di agosto, dentro l’O2 il clima è di festa assoluta con i ravers in perpetuo movimento, dall’enorme pista ai corridoi dove sono posizionate altre due consolle, fino alla balconata superiore dove le poltroncine permettono alcuni minuti di riposo fra un set e all’altro. Sono passate da un po’ le due quando ai piatti si presenta Netsky, il talentino belga che nel giro di un anno è diventato uno dei dj più richiesti e seguiti del roster Hospitality. Merito del dirompente ed omonimo album d’esordio, riproposto in parte nell’occasione con la complicità del sempre impeccabile Mc Dynamite, il quale si presenta chiedendo “un pezzo estivo” e ricevendo in cambio “Jammin” di Bob Marley. L’applauditissimo omaggio al re del reggae dà il via ad un set molto eclettico nel quale trovano posto anche Snoop Dog ed Eve con “Let me blow ya mind” ma anche sonorità tipiche del giovane produttore che chiude con la recente e raffinatissima “Lotus Symophony” lasciando la scena ad High Contrast.
La silhouette del riccioluto gallese, in assoluto uno dei migliori di sempre nella storia della drum and bass, è inconfondibile anche dall’ultima fila della pista, ma lo è ancora di più il tocco raffinatissimo di mister Lincoln Barrett che inizia dalla fine, ovvero dal freschissimo singolo “The first note is silent” realizzato con Underworld e Tiesto e del quale lui stesso ha curato il video uscito in questi giorni.
Diecimila mani al cielo celebrano il successo di un singolo che anticipa il nuovo, attesissimo album, di colui che forse più di tutti racchiude l’essenza di uno stile che va molto oltre il concetto di intrattenimento, colpisce al cuore e trasmette emozioni vere che da sole valgono il prezzo del biglietto o di un viaggio andata e ritorno dall’Italia.
Un’ora di musica che Dynamite asseconda con esperienza anche nei passaggi sull’immancabile “If we ever”, la nuova “Fearful symmetry” o su un classicone dance come “Show me love” rivisitato dallo stesso High Contrast, il quale sceglie accuratamente inserti vocali e citazioni che trovano la perfetta rappresentazione nell’inedita e magnifica “Wish you where here” e nel finale dedicato a “Teenage wasteland” degli Who.
Uno spirito che è poi quello della Hospital che si rinnova allargando i propri orizzonti senza mai perdere quello subito riconoscibile, che può permettersi un evento di questo tipo e che a Brixton si gioca l’ultima carta vincente con Nu:Tone e Logistics per dare l’ultimo scossone emozionale a quei cinquemila che non smettono di ballare. Sudore e sorrisi in una caldissima e magica notte di settembre.
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Casino Royale & The Specials: all’Alcatraz una notte lunga venticinque anni
di Benedetto Marchese
Per coronare il loro sogno di gioventù, quando nell’87 giovani e pieni di entusiasmo avevano nella loro prima scaletta brani come “Concrete Jungle” e “Do Nothing”, ci hanno messo quasi venticinque anni, ma alla fine i Casino Royale sono riusciti a condividere lo stesso palco con gli Specials che giovedì hanno fatto tappa all’Alcatraz per l’unica data italiana del loro tour europeo. Un’irripetibile notte di fine estate che per poche ore ha finalmente annullato il gap temporale tra Milano e Coventry e fra due band che a loro modo hanno influito prepotentemente sulle rispettive scene musicali con uno stile rimasto intatto negli anni. Gli Specials scrivendo una pagina indelebile nella musica britannica, accomunando con lo ska bianchi e neri nell’Inghilterra divisa dalle tensioni razziali; ed i Casino Royale raccogliendo il testimone dai già divisi Staple e compagni nell’Italia di fine anni Ottanta, prendendo lo spunto per posare la prima pietra dei ritmi in levare di casa nostra, arrivando fino ad oggi senza mai perdere l’ispirazione iniziale nonostante le evoluzioni di generi e formazioni.
Un cerchio chiuso magicamente in una serata iniziata con orari anglosassoni ed aperta dal trombone di Gigi T.Bone, ospite d’eccezione con Ferdi, per l’inconfondibile intro di ‘Casino Royale’ eseguita con ‘Sempre più vicino’ in un mash up da brividi per quanti all’epoca di Soul of Ska andavano alle elementari e vent’anni dopo si sono ritrovati a cantare il ritornello di un pezzo storico. Un momento unico, dopo i tanti concerti in tutte le forme da una parte all’altra dell’Italia, che prosegue con Treno per Babylon, Anno Zero e Royale Sound. Quasi un’istantanea per ogni album, sempre in levare, fino all’epilogo affidato al prossimo singolo ‘Ogni uomo una radio’ al termine di un set tanto breve quanto intenso, suonato fra ricordi, orgoglio e tanta emozione, sciolta negli applausi di un Alcatraz ormai stracolmo di birra ed entusiasmo.
Ci sono due generazioni di appassionati di ska, in una platea compatta come una curva da stadio che attende solo che dal telo bianco sul palco sbuchino gli eroi di quelle canzoni ballate ovunque, conosciute a memoria, passate dai vinili alle cassettine duplicate da fratelli ed amici, fino ai cd e agli mp3, sempre con la stessa energia travolgente. Loro accennano ‘Enjoy yourself’ e finalmente iniziano con ‘Do the dog’ mentre il palco svela l’iconografica scritta “The Specials” e sotto scattano pogo e adrenalina con ventenni e rude boys di mezza età fianco fianco.
Completi eleganti e volti segnati dal tempo, ma il tocco degli Specials è sempre lo stesso: Gangsters, It’s up to you, Rat race, Monkey man, Hey little rich girl, Concrete jungle, Blank Expression fra le altre hanno la stessa freschezza di un tempo, con la voce intatta di Terry Hall che su Do Nothing regala più di un brivido ai fan di una vita. Di quei due album storici ciascuno ha i propri pezzi preferiti, ma l’Alcatraz quasi trema quando dall’armonica Lynval Golding inizia “A message to you Rudy”, seguita da “Two much to young” ed “Enjoy yourself”. Abbastanza per andare a casa soddisfatti, stravolti dal caldo e dalle emozioni dopo tre ore di musica da conservare nel cuore, ma gli Specials riappaiono dalle quinte per regalare altre due perle indimenticabili: “Guns of Navarone” e “You’re Wondering Now”. You know this is the end, occhi lucidi ed un sorriso stampato sul volto.
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Casino Royale ‘Città di niente’, nuovo video in stile d.i.y.
di Benedetto Marchese
A pochi giorni dall’uscita del primo video tratto da “Io e la mia ombra”, ottimamente realizzato da Cosimo Alemà, i Casino Royale pubblicano oggi sul loro canale youtube un nuovo clip del brano “Città di niente”, realizzato con la complicità dello scrittore Gianni Miraglia.
“Si respira la voglia di cambiare in questo paese –scrivono Alioscia e compagni- e se, come alcuni dicono, sarà una New Wave nostrana ci vogliamo augurare che sia un’onda lunga e che apra per davvero al nuovo. Per restare in tema, vogliamo condividere l’ultima traccia di “Io e la mia Ombra”, che, come di consueto, dedichiamo alla nostra/vostra città: “Città di niente”. La prima ‘scheggia’ di questo pezzo risale al 1999, era una base di Royalize e il brano si chiamava ‘Sultan’.Nell’ultimo anno è stata scritta e ri-scritta per questo nuovo album e da una suggestione di Patrick, in tempi assolutamente non sospetti, è nato il testo che, dopo una cascata di immagini negative, apre ad una premonizione finale di rinascita”.
Un video realizzato in pieno stile ‘do it yourself’, con i tasti di una vecchia Olivetti Lettera 22 che descrivono con inchiostro rosso solitudini, incubi e speranze di una ‘metropoli/necropoli’ pronta a morire e rinascere nuovamente.
..e sfido il caos intorno a me
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Stefano Bollani e Sandrone Dazieri ad Anteprime di Pietrasanta
di Benedetto Marchese
Si è conclusa domenica a Pietrasanta con l’esibizione di Ken Follett e la sua band “Damn right i got the blues” la seconda edizione di ‘Anteprime, ti presento il mio prossimo libro’, la tre giorni organizzata dalle più importanti case editrici italiane per promuovere i titoli di prossima pubblicazione presentati al pubblico direttamente dagli autori. Una formula riuscitissima anche quest’anno, grazie alla varietà dei nomi proposti nel programma del festival, ma anche all’ospitalità della capitale culturale della Versilia nella quale si sono alternati personaggi come Vauro Senesi, Luca Telese, Roberto Vecchioni, Valerio Massimo Manfredi, Sergio Zavoli, Giuseppe Ayala, Giorgio Faletti e Silvio Muccino solo per citarne alcuni. Firme più o meno autorevoli della letteratura contemporanea, che al pubblico che ha affollato i vari luoghi scelti per gli incontri, hanno spiegato genesi, aneddoti e contenuti dei libri che troveremo in libreria nella prossima stagione. Un progetto supportato da Einaudi, Electa, Mondadori, Piemme, Frassinelli e Sperling & Kupfer, che rappresenta un’ottima sintesi fra un’operazione di marketing di alto profilo ed un festival vero e proprio secondo i canoni ormai acquisiti in molte altre città. Un evento che nella sua giornata conclusiva oltre al concerto del re dei best seller, prossimamente in uscita con “l’inverno del mondo” e sicuramente più a suo agio come scrittore che non come musicista, ha fatto segnare il tutto esaurito per l’incontro con Concita De Gregorio e l’intervista con Stefano Bollani sul palco di Piazza Duomo. “Il pop? Ci sono capitato per caso e non per soldi” ha rivelato l’eclettico pianista raccontando i suoi esordi con Raf, “Era un genere che mi piaceva poco –ha aggiunto- per questo ho detto no ad un tour con Jovanotti. Ripetere le stesse canzoni per trenta date consecutive non piaceva. Un giorno Enrico Rava mi disse ‘sei giovane e puoi fare altro’. Da quel momento ho iniziato a lavorare per conto mio”. Dalla sedia al vicino pianoforte Bollani spiega il suo concetto di musica, seguendo i rintocchi delle campana o spiegando: “Improvvisazione è scegliere ogni sera un percorso diverso, spesso mi lascio ispirare dal primo accordo con il quale inizio un concerto e da lì sviluppo il resto della serata. Mentre suono penso alla musica, sono concentrato su quello che accade”. Bollani, che fra qualche mese pubblicherà un libro dedicato ai generi della musica, saluta così il pubblico di Pietrasanta con il consueto medley composto dai brani suggeriti dalla gente che all’ombra del Duomo propone i titoli che il bravissimo pianista mescola fra loro, riproponendoli con ironia in un irresistibile finale che passa da Heidi ad Allevi fino a ‘vita spericolata’ di Vasco. Atmosfera più intima e raccolta ma altrettanto ironica nello spazio della Galleria Cardi, dove Sandrone Dazieri racconta origine ed incipit del suo prossimo libro, il cui titolo provvisorio è “L’uomo dei silos”. “Sarà ambientato a Roma –spiega lo scrittore cremonese che ha alle spalle un lunghissimo elenco di mestieri che hanno anticipato la sua brillante carriera- ed avrà come protagonista una poliziotta di nome Colomba in aspettativa per un trauma mentale che si conoscerà nel corso del libro, ed un ragazzo che da bambino è stato rapito e segregato per dieci anni. Insieme indagheranno sulla scomparsa di un ragazzino tra Roma e Cremona. Tutto però inizia dal ritrovamento del cadavere di una donna”. Qui finiscono le anticipazioni, ma non le curiosità regalate dall’inventore celebre ‘Gorilla’ portato sullo schermo anche da Claudio Bisio: “Il personaggio nasce nel 1999, facevo il giornalista e mi occupavo di controculture, cercavo un’altra chiave per raccontare la realtà dalla parte dei perdenti e non degli eroi, ed il noir mi dava questa possibilità. Mi facevano paura i matti e quindi ho voluto ribaltare i ruoli. Dopo dieci anni però era il caso di mandare in pensione il Gorilla e passare ad un’altra storia, anche perché altrimenti avrei dovuto farlo morire e francamente mi sarebbe dispiaciuto. Quando scrivo devo sentire la voce del personaggio, il mondo che ho nella testa è più attuale di quello che vivo, il mio è un approccio da autodidatta”. Un approccio portato con successo anche nella fiction televisiva che ha visto Dazieri come sceneggiatore di “Squadra antimafia” su Canale 5. “Un’ottima esperienza –spiega- la storia è sempre in movimento e c’è un confronto continuo con tutte le persone che lavorano alla realizzazione di ogni puntata”. Scambio di idee e pareri che Sandrone prosegue quotidianamente anche attraverso il proprio blog e Twitter: “Ho passato tutti i social network –sottolinea- ma questo è quello che preferisco. L’idea del blog è nata quasi per caso quando mi hanno chiamato quelli del Sole24ore, poi la cosa è proseguita. È tutto interconnesso, non guardando televisione m’informo attraverso il Web e scarico le serie tv americane”. Dexter fra le preferite, mentre nella sterminata competenza musicale spicca la passione per Leonard Cohen. Altre storie, da raccontare alla prossima occasione.
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Quindici anni di Hospital Records alla Brixton Academy
di Benedetto Marchese
Quindici anni di attività discografica ininterrotta nell’ambito dell’elettronica e in un genere come la drum and bass, sono un traguardo senz’altro ragguardevole. Per questo quelli della Hospital Records hanno deciso di celebrare degnamente l’importante risultato concedendo il bis alla Brixton Academy dove lo scorso 22 aprile a distanza di sei mesi dalla precedente serata “Hospitality” ha fatto registrare il secondo sold out consecutivo dopo quello di settembre. Nell’arena gremita dell’affascinante teatro sono arrivati in 4500, da tutta l’Inghilterra e appositamente dall’estero, per festeggiare l’etichetta che ha ridato slancio ed attenzione mediatica a tutta la scena dopo qualche anno di appannamento.

Un successo costruito con la qualità delle produzioni e l’attenzione verso un pubblico giovane ma pronto a recepire il suono raffinato e mai banale di Tony Colman e compagni, ma anche con la cura nell’organizzazione di eventi di grossa portata come questo. Dopo l’apertura affidata a Cyantific con il suo set riassuntivo dell’esperienza musicale di questi anni, è proprio il reggente del nome London Elektricity a dare il via alla festa nella festa, presentando il nuovo album “Yikes!” con l’incantevole Elsa Esmeralda che accompagna sul palco il neocinquantenne occhialuto con tanto di camice bianco e carrozzina, scherzando sulla longevità di un personaggio e di una scena tornate prepotentemente in voga. Da ‘Elektricity Will Keep Me Warm’ a ‘Just One Second’ il duo esegue i brani più significativi del freschissimo disco, prima del passaggio di microfono al sempre ottimo Mc Wrec che prosegue lo show fino al ritorno della cantante e del finale affidato a ‘Meteorites’ che ha anticipao l’avvicendamento ai piatti con High Contrast. Uomo di punta della Hospital, il raffinatissimo dj e produttore gallese apre la sua ora di spettacolo con uno dei brani che andrà a comporre il prossimo album. L’atmosfera è incredibile con i led di iPhone e digitali che uniti agli accendini illuminano l’immensa platea dell’O2 Academy. Accompagnato da Wrec High Contrast suona uno dietro l’altro capolavori come ‘Kiss Kiss Bang Bang’, il remix di ‘Hometown Glory’ di Adele, la strepitosa ‘Shine In’ di Nu:Tone fino alla magistrale chiusura affidata a ‘Fearful Symmetry’ con l’inconfondibile intro di ‘Baba o’riley’ degli Who che raccoglie l’ovazione di una platea divisa fra l’affollatissimo piano inferiore e quello superiore, dove comodamente seduti sulle poltroncine si riesce a godere appieno dello spettacolo offerto dal potentissimo impianto e dal logo luminoso dell’etichetta, che campeggia alle spalle della consolle e sulle centinaia di tshirt dei fan più affezionati.
Se High Contrast impersona il lato più elegante e ricercato del sound della Hospital, Danny Byrd rappresenta invece quello più eclettico con un approccio da party vero e proprio. La dimostrazione arriva in apertura di set, in uno dei momenti più coinvolgenti di tutta la serata con l’intro di ‘Money for Nothing’ dei Dire Straits ed Mc Dynamite che chiede ed ottiene le novemila mani al cielo mentre l’intramontabile assolo di chitarra di Mark Knopfler viene incalzato da un beat drum and bass che dà il via ad un’esibizione incandescente. Dai pezzi di jungle old school di General Levy fino ai più recenti come ‘Poon’ di Sub Zero e ‘Tonight ’in coppia con Netsky, l’inesauribile dj di Bath regala anche alcune chicche come ‘Circle’ di Adam F e il classicone ‘Super sharp shooter’ by Ganja Kru che mandano letteralmente in delirio il pubblico dell’Academy. Un set emozionante al termine del quale tornano sul palco Tony Colman e l’altro boss della Hospital Chris Goss, per ringraziare tutti coloro che hanno voluto festeggiare i quindici anni di vita della label fra bottiglie di champagne e la soddisfazione per l’ennesimo sold out. Unico momento in cui le parole hanno il sopravvento sulla musica che dopo pochi minuti riparte dal laptop e dai piatti di Netsky, ragazzo prodigio che a settembre stava conquistando il mercato con il suo applauditissimo esordio discografico, ed ora si ripresenta da star acclamata dalle ragazze in prima fila e dai ravers che con lui passano da ‘By your side’ di Logistic a ‘Jammin’ di Bob Marley sempre con la complicità di Mc Dynamite al microfono. Cinque ore consecutive del meglio della drum and bass in circolazione non sono abbastanza per festeggiare un compleanno di questo tipo e allora dopo il talentino belga ecco in successione Camo & Krooked ed il gran finale affidato ai fratellini Logistics e Nu:Tone che alle prime luci di un’alba dal tepore estivo chiudono il sipario su un evento dal fascino incredibile. Prossimo appuntamento a settembre, da non perdere.
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Ken Boothe all’International Ska Festival di Londra
di Benedetto Marchese
Non capita tutti i giorni di ritrovarsi a cantare “Shanty Town” con Ken Boothe, icona del reggae e voce fra le più belle di sempre fra quelle uscite dalla Jamaica nel corso degli anni. Ma l’omaggio ad un’altra leggenda come Desmond Dekker è stato solo uno dei momenti più intensi dell’esibizione di “Mr rock steady” nella serata inaugurale del London International Ska Festival ospitato dal Grand Theatre di Clapham dal 21 al 24 aprile. Evento che ha ricreato nella capitale britannica lo spirito e lo stile dell’epoca d’oro dello ska, richiamando skin e rude boy di ogni età che hanno iniziato un lunghissimo weekend in levare proprio con l’emozionante voce del 63enne cantante di Kingston che da “When i fall in love” fino a “Crying Over You” ha riproposto molti dei brani che hanno fatto la storia del genere, in una carriera lunga più di quarant’anni e contrassegnata da successi senza tempo. “Un viaggio dallo ska al reggae” come lui stesso lo ha definito, “nel primo luogo dove la nostra musica ha messo le radici” rivolgendosi ad una platea che non ha mai smesso di ballare, sulle note di “You’re no good”, “I don’t want to see you cry” e la splendida “Artibella”, durante la quale Ken Boothe ha puntualizzato come la musica non abbia bisogno di definizioni diverse per nuove e vecchie generazioni, ma debba solo essere recepita ed interpretata con il cuore. Quello che uno dei pionieri di Studio One ha messo dal primo all’ultimo brano in quasi un’ora e mezza di concerto, alternando scatenati balletti nel suo scintillante completo avorio, al dialogo con il pubblico, parlando di amore, uguaglianza e libertà. Temi del suo sterminato repertorio dal quale sul finale, ha estratto un’emozionante versione del capolavoro “Everything i own”, punto più alto di un concerto e di un festival da ricordare a lungo.
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Giuliano Palma & The Blubeaters al London International Ska Festival
di Benedetto Marchese
Quando Ferdi, Cato e gli altri Bluebeaters iniziano a suonare sul palco del London International Ska Festival il sole del pomeriggio di Londra deve ancora calare, in un caldissimo giovedì di aprile in cui la città in attesa del matrimonio reale fra William e Kate, celebra il compleanno della Regina. Tutta la city ad eccezione del Grand Theatre di Clapham, vivace quartiere a sud del Tamigi e del centro affollato di turisti, nel quale si apre l’evento prodotto da Rockers Revolt di Sean Flowerdew per celebrare il genere in levare nato in Giamaica ed esploso proprio in Inghilterra fra gli anni Sessanta e Settanta. Fra i primi gruppi ad esibirsi nella serata inaugurale che terminerà con il memorabile concerto di Ken Boothe, ci sono proprio Giuliano Palma & The Blubeaters, unici italiani in un cartellone che comprende anche Marcia Griffiths, Dave & Ansel Collins e The English Beat. Inizialmente la prima fila è tutta per i molti italiani residenti in città, ai quali si sono aggiunti anche coloro arrivati appositamente per l’evento, mentre i rudeboys di casa con Fred Perry, teste rasate e bretelle d’ordinanza osservano ed ascoltano appoggiati al bancone del bar, bevendo Red Stripe ma con l’orecchio teso verso quei ragazzi sul palco, impeccabili nei loro completi e nell’affiatamento consolidato in centinaia di esibizioni sui palchi di tutta Italia e della stessa Londra l’anno scorso. Una scena che dura per una manciata di brani, fra “Living in a footsteps of another man”, “I’m what i am” e “Testardo io”, perché col passare dei minuti uno ad uno scendono nella pista del meraviglioso teatro Vittoriano mettendosi a ballare fianco a fianco con quelli che i Bluebeaters li hanno visti un po’ ovunque ed in tutte le formazioni. L’atmosfera è quella giusta, ed il feeling fra chi sta sopra e chi sta sotto il palco prosegue anche nei pezzi successivi, da “Che cosa c’è” ad “I don’t know how i love you” fino a “Tutta mia la città”. Sono appena le otto di sera ma potrebbe essere una notte fonda dell’epoca d’oro dello ska di qualche decennio fa, perché sia la location che lo spirito del festival contribuiscono a rendere il tutto perfetto. La conferma arriva poco dopo con il finale che coinvolge vecchi e giovani skin di casa per “Be young be foolish be happy” e la travolgente “Messico e nuvole” che chiude un’esibizione all’altezza degli altri nomi di una serata, che poco dopo vede Giuliano e tutti gli altri confusi nel pubblico di Ken Boothe, a raccogliere sinceri complimenti e solide strette di mano con la meravigliosa voce di “Mr rockstready” in sottofondo. Arrivederci Londra, anche questa volta ne è valsa ogni goccia di sudore.
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L’Eden elettronico dei Subsonica nel 105 Stadium di Genova
di Benedetto Marchese
Chi si aspettava un gruppo arrugginito dopo i quasi quattro anni di stop e “venduto alla commerciabilità” dopo lo strepitoso successo di vendite di Eden, si è dovuto ricredere anche stavolta. Nell’esibizione di sabato al 105 Stadium di Genova, terza tappa del nuovo tour promozionale, i Subsonica hanno confermato lo status di miglior band live che il nostro panorama musicale possa offrire, coniugando al successo di presenze, sold out sfiorato e bagarini all’esterno, una carica se possibile superiore alle aspettative. Venticinque brani condensati in due ore di un live tiratissimo, dall’apertura con Prodotto interno lurido, alla chiusura affidata a l’Odore, secondo bis eseguito con le luci del palazzetto già accese. In mezzo un’ampia selezione di un repertorio che dopo quindici anni inizia ad essere sempre più consistente e nel quale le scelte sui brani da escludere si fanno via via più complicate, vedi l’assenza di classici come Strade, Sole silenzioso o Discolabirinto, e la riscoperta di pezzi storici come Depre, la travolgente Non identificato e la suadente Nicotina groove. Il risultato è un set energico e con rarissime pause per i quasi cinquemila che non smettono mai di ballare, fra influenze dubstep e arrangiamenti drum and bass, riuscitissimi Sul sole Il diluvio, nei quali spiccano il lavoro di Ninja sulla batteria ed un sound sempre più internazionale rispetto ad una scena spesso troppo lenta nel recepire ciò che accade al di fuori dei nostri confini. Ritmi ottimamente assorbiti da un pubblico sempre più trasversale nel quale i giovani dell’esordio discografico “Subsonica” saltano fianco a fianco con quelli di “Eden”. Sul brano che dà il titolo all’ultimo lavoro, come in Liberi Tutti, Colpo di pistola, Nuvole rapide e Tutti i miei sbagli, colonne portanti di una scaletta nella quale si integrano perfettamente Istrice, La funzione e l’ottima Serpente. Il merito è anche dell’impianto scenografico che accompagna quello sonoro, con lo spettacolo di luci e led luminosi che costituiscono il valore aggiunto all’entusiasmo ed alla carica adrenalinica della band, la cui attenzione per le tematiche sociali esce anche dagli argomenti trattati nei testi e si concretizza nell’appello di Max Casacci su temi attualissimi come il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. “L’Eden da salvaguardare per le generazioni future” sottolinea il chitarrista e leader della band che da lì a poco riaccende il party dei terrestri con Il centro della fiamma, prima del gran finale che azzera forze ed energie, mentre sorrisi e volti entusiasti raccontano meglio di ogni parola il successo della serata. “Anche stavolta siete riusciti a farci sentire a casa” sottolinea Samuel dal palco e la risposta più significativa arriva in un secondo dalle migliaia di mani alzate al cielo a testimoniare un’empatia che il tempo non ha minimamente scalfito.
(pubblicato su www.cittadigenova.com)
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Da Kingston a Genova, la voce di Horace Andy affascina il Crazy Bull
di Benedetto Marchese
Sono quasi le tre del mattino quando Horace Andy con il sorriso sul volto ed il passo lentissimo lascia il palco del Crazy Bull sulle note di Leave Rasta. Il pubblico del locale di Sampierdarena chiede ancora un po’ di reggae e gli ultimi passaggi in falsetto di una delle voci più belle mai uscite dalla Giamaica. Ma “Sleepy”, classe 1951, saluta e se va dopo aver lasciato una testimonianza emozionante del suo passaggio in una città che si sta riscoprendo sempre più legata al genere, con il secondo concerto in pochi giorni dopo quello di Junior Kelly. Il presente ed un pezzo di storia della musica che partendo da Kingston ha conquistato l’Europa, anche grazie ai successi di Horace Hinds, che negli anni Settanta hanno segnato il periodo ska inglese ed una ventina d’anni più tardi sono stati riscoperti dai Massive Attack. La carriera di Horace Andy abbraccia infatti quasi quarant’anni di musica reggae, riassunti in quasi due ore di concerto nella serata del Crazy Bull aperta dagli ottimi Skankin Time e promossa con la passione di sempre dall’associazione Radicicaballanu. Accompagnato dai Dub Asante ed avvolto in uno sgargiante completo che richiama la sua fede rastafariana, l’arzillo Horace spara subito i pezzi da novanta di una carriera sterminata: Spying Glass, Man next door, Fever e Don’t let problems get you down, che scatenano l’entusiasmo di un pubblico affascinato dal carisma di una delle leggende viventi del reggae. Una voce unica e dal timbro inconfondibile che si esalta su classici come Money Money, Every tongue shall tell, Cus cus ed il capolavoro Skylarking che segue Rasta no style rasta no fashion, brano che rivendica la spiritualità di un movimento spesso visto con troppa superficialità. L’accompagnamento dei Dub Asante è perfetto, passa dal roots al dub accennando rocksteady e perfino jungle testimoniando in questo caso la profonda influenza del reggae anche sul genere elettronico. Quelle contaminazioni che i Massive Attack hanno riscoperto negli anni Novanta riportando alla ribalta il cantante in brani come “Hymn of the big wheel”, che lui dedica a tutti i fans del collettivo di Bristol e soprattutto della splendida Angel, della quale invece rivendica la paternità eseguendola nella versione originale. Il lunghissimo finale come detto è affidato a Leave Rasta, con il carismatico Horace che socchiude gli occhi, accenna un sorriso e saluta Genova ed un pubblico che si è portato a casa una serata da ricordare.
(pubblicato su www.cittadigenova.com)
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Disegnatori e fumettisti si mobilitano per il Giappone con “Projet tsunami”

di Benedetto Marchese
Fra le tante iniziative di sostegno alla popolazione giapponese sconvolta l’11 marzo dal terremoto, dallo tsunami e dal successivo allarme nucleare, è sicuramente da segnalare quella del forum francese CFSL, dedicato al disegno, la grafica e all’illustrazione. All’indomani della catastrofe infatti i disegnatori Jean-David Morvan e Sylvain Runberg hanno lanciato l’appello a colleghi, professionisti e non, per realizzare un progetto che potesse contribuire a raccogliere fondi per la popolazione giapponese. In poche ore hanno aderito in tantissimi, riversando sul sito Projet Tsunami: Aidons le Japon decine e decine di manga, fumetti, illustrazioni e disegni che in un secondo tempo verranno poi venduti per devolvere le donazioni all’associazione Give2Asia. Da Godzilla a Totoro, dai classici tratti manga fino ai robot spaziali; temi immancabili nell’immaginario grafico nipponico, che gli autori francesi e non, in aumento giorno dopo giorno, stanno contribuendo ad esaltare in un progetto che attraverso l’espressione artistica vuole testimoniare la grande partecipazione del mondo all’immane tragedia che ha colpito la popolazione. Una terra, quella sconvolta dal sisma, molto cara a chi ama la grafica ed il fumetto, ed il cui sole rosso pronto a risorgere ricorre costantemente negli ottimi lavori fin qui pubblicati su un portale che è in continuo aggiornamento.
(foto credit Pascal Pelletier)
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Quasi pronto il nuovo album dei Casino Royale “Io e la mia ombra”
di Benedetto Marchese
A cinque anni distanza dall’ultimo album di inediti “Reale” e a tre dalla raccolta “Royale Rockers –The reggae sessions”, i Casino Royale stanno per completare il nuovo lavoro, pronto nelle prossime settimane. Alioscia, Pardo e i compagni dell’ennesima avventura di una storia lunga quasi venticinque anni, hanno infatti terminato la registrazione “Io e la mia ombra” che uscirà probabilmente fra aprile e maggio dopo il mixaggio londinese. Un nuovo capitolo che si preannuncia come sempre innovativo per la band milanese che in questi anni non ha mai smesso di sperimentare ed ampliare i propri orizzonti musicali senza mai perdere stile e credibilità.
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Conto alla rovescia per il London International Ska Festival
di Benedetto Marchese
Ken Boothe, Bob Andy & Marcia Griffiths, Dave e Ansell Collins, i nostri Bluebeaters e ancora Dub Pistols, The Trojans, Loafers ed Owen Gray. Offre il meglio dello ska e del rocksteady inglese ed internazionale con band e dj il “London International Ska Festival” che dal 21 al 24 aprile porterà al Clapham Grand Theatre di Londra appassionati dei ritmi in levare da tutto il mondo. Un festival che nasce da lontano, dalla prima edizione del 1988 al Fridge di Brixton con nomi come Laurel Aitken e Bad Manners, e che ora si ripresenta con gli stessi promotori di allora e le premesse di un appuntamento imperdibile nella città che affonda le sue radici nel genere nei primi anni Sessanta quando s’intensificò l’immigrazione dalla Giamaica. Musica e cultura dell’isola caraibica penetrarono a fondo nel tessuto sociale britannico diventando parte integrante delle abitudini musicali dei Mod prima e di Rude Boy e Skins subito dopo, fino alle ondate 2Tone nei decenni successivi, che hanno fatto di Londra l’epicentro sottoculturale e stilistico di un genere intramontabile caro anche alla Regina Madre, come ha scritto ieri il Daily Mail. Un lavoro notevole quello degli organizzatori, che sono riusciti a riunire per la prima volta dagli anni Settanta Dave e Ansell Collins, che sul palco celebreranno il quarantesimo anniversario della loro hit “Double Barrel”, ma anche Bob Andy e la “regina del reggae” Marcia Griffiths per un duetto da brividi.Fra i protagonisti del festival ci saranno anche Giuliano Palma e The Bluebeaters che apriranno la prima serata anticipando l’attesa esibizione di Ken Boothe. Un traguardo sicuramente importante per la band nata quasi per gioco una quindicina di anni fa con membri di Casino Royale, Africa Unite e Fratelli di Soledad con lo spirito di riproporre in chiave rocksteady e blubeat grandi classici e brani riscoperti per l’occasione. Unico gruppo italiano in un evento nel quale stile e fascino non mancheranno sicuramente.
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Dalla Jungle a Sam Cooke, Shy FX & Stamina Mc al Viper di Firenze
di Benedetto Marchese
Più o meno dieci anni fa al Maffia di Reggio Emilia era finita nello stesso modo: le luci accese, la pista ancora piena di persone decise ad ottenere l’ultimo disco e Shy FX costretto a mostrare i piatti inutilizzabili con l’impianto staccato a causa dell’orario. La scena si è ripetuta alle prime luci dell’alba di ieri al Viper di Firenze dove il dj londinese, uno dei volti più importanti della scena drum and bass internazionale ha fatto “chiusura” in coppia con l’inseparabile Stamina Mc, concludendo nel modo migliore l’appuntamento con la “Massive Night” promossa da Numa Crew e Nucombo. Un set eclettico e pieno di influenze quello del produttore che nel 1994 con la leggendaria hit “Original Nuttah” con Uk Apache, aveva portato il suo mix di ragga e jungle al top delle classifiche londinesi, proseguendo negli anni con uno stile inconfondibile e tuttora ottimamente rappresentato dalla sua etichetta Digital Soundboy. Una lunghissima serie di brani entrati di forza nelle scalette di tutti i dj grazie anche alle affascinanti influenze reggae, alle quali Mr. Williams ha dedicato l’apertura della serata fiorentina. “54-46 was my number” per iniziare, prima di lasciare Toots e The Maytals per “Chase the devil” e accelerare i bpm verso il remix di “Hold you” di Gyptian che da il via vero e proprio alle danze. Con la sicurezza di chi potrebbe far ballare il suo pubblico per ore ed ore senza mai abbassare il livello dei brani proposti, ecco in rapida successione di singoli come “Turn down the light” di Benny Page, “Feelings”, “Everyday”, la splendida “If we ever” di High Contrast per finire con la sua ultima produzione, la travolgente “Raver”, nel cui video Shy Fx ha raccolto tutti i volti più noti della tribù jungle e che nel Viper propone inizialmente nel suo passaggio finale. Ce ne sarebbe abbastanza per ritenersi soddisfatti dopo appena mezz’ora, ma dalla borsa continuano ad uscire perle come “138 Trek” di Zinc, gli immancabili dubplates nell’altrettanto irrinunciabile momento dupstep, con le voci di David Rodigan, Dizzie Rascal e l’immensa “Witness” di Roots Manuva. Il tutto mentre lo scatenato Stamina Mc accompagna la musica con interventi caldi e mai inopportuni, ballando, improvvisando e regalando sorrisi alle signorine sotto il palco. Dalle profondità tanto in voga in questi ultimi mesi l’attenzione torna a canoni più dnb, sui quali anche gli inserti dell’Mc risultano più efficaci, mentre il pubblico, non numerosissimo ma instancabile, segue con grande partecipazione nonostante il volume dell’impianto troppo basso per certi beat. Il finale segna un progressivo ritorno alle origini con la calda voce di Dennis Brown in “Sitting and watching”, “The Israelites” e “Is this love” che trainano nuovamente l’intro di Raversfacendolo scivolare fino all’anthem “Original Nuttah” che Stamina esegue direttamente nella dancefloor circondato dall’entusiasmo dei presenti, accompagnando il Viper fino al remix di “A change is gonna come” e alla voce di Sam Cooke. Ultima chicca della formidabile coppia prima delle luci e dei meritatissimi applausi.
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Il romanzo di Bearzot e un calcio che non c’è più
di Benedetto Marchese
“Con grande affetto,la bella storia di un galantuomo”. La firma sotto la dedica è quella di Gigi Garanzini, mentre il libro è “Il romanzo del Vecio. Enzo Bearzot, una vita in contropiede” scritto qualche anno fa dal giornalista biellese, estimatore ma soprattutto grande amico del ct campione del Mondo che se n’è andato oggi all’età di 83 anni. Stamani appena letta la notizia mi è subito venuto in mente quel libro, ricevuto dallo stesso Garanzini conosciuto in occasione di una presentazione due anni fa. Non avendo vissuto quel periodo, avevo un anno e mezzo quando Bearzot alzava la Coppa del Mondo nelle notte di Madrid e Martellini entrava nella storia del giornalismo televisivo, ho sempre ritenuto a torto quel periodo troppo lontano dal mio percorso calcistico, lasciando di conseguenza il libro per lungo tempo abbandonato in una delle ricchissime librerie di famiglia, prima di recuperarlo oggi per un viaggio in treno. Certo, i racconti di mio padre e mio fratello, o gli aneddoti svelati in cene indimenticabili con Gianni Mura, Rivera, Sconcerti o lo stesso Garanzini, hanno sempre tenuto vivo l’interesse e il fascino di quel calcio troppo lento e lontano per uno delle mia generazione cresciuto in un pallone tutto tattica e muscoli. Non abbastanza però da spingermi ad approfondire la storia di un personaggio che ha scritto una pagina di storia che va al di là del semplice aspetto sportivo, perché nata in un’epoca nella quale rapporti umani e passione venivano molto prima degli aspetti economici e d’immagine. Forse è per questo motivo che in tutti questi anni, nonostante l’invadenza mediatica del pallone sono praticamente spariti gli spazi dedicati a personaggi come Bearzot. Ricordo alcune puntate del Processo del Lunedì proprio di Garanzini, appuntamento fisso ad orari improbabili ma con ospiti eccezionali, e pochissime altre occasioni nelle quali moviola, panchine traballanti o fantasiosi colpi di mercato, hanno lasciato spazio a protagonisti di quel calcio fatto di ali dal dribbling infallibile, ruvidi ma invalicabili stopper o bomber leggeri come piume. “Un bell’esmplare davvero, il vecchio Bearzot, di razza purissima -scrive nell’introduzione Indro Montanelli- non mi stupisce affatto che oggi il mondo del calcio lo abbia accantonato, non solo perché anche in quel campo parlar chiaro e rifuggire dai compromessi non aiuta a far carriera: ma soprattutto perché il pallone dei giorni nostri ha preso strade molto diverse dalla sua”. Strade che lasciano poco spazio ai sentimenti, ad eccezione di quelle che portano ai ricordi di chi ti sta vicino o di chi hai la fortuna d’incontrare sulla tua di strada, quella che insegue un pallone e si ferma a guardare con curiosità e passione tutto ciò che gli gira intorno.
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Dieci anni per capire e conoscere un’emozione
di Benedetto Marchese
Una partita di Seconda Divisione, sei minuti di Nazionale e ancora Serie A e Premier League, tutto nel giro di pochi giorni. Diversi scenari ma stessa passione da assecondare, nata quasi per caso poco più di dieci anni fa in una Curva Ferrovia insolitamente colorata di azzurro nel play off contro il Rimini. Primi intensi contatti con quello che negli anni successivi sarebbe diventato il collante per innumerevoli esperienze di vita, amicizie, lavoro e la consapevolezza di guardare quel pallone, calciato da campioni milionari o brocchi squattrinati, sempre con occhio affascinato e rapito da tutto quello che sta intorno al rettangolo verde. Interesse nato in famiglia, con gli amici in piazza sognando di fare gol come questo o quel campione dalla maglia a strisce che nel corso degli anni si sono allargate, fino rimanere di un bianco denso di emozioni e significati. Curiosità cresciuta con i racconti di un fratello tifoso e le prime domeniche al Picco, sporadiche inizialmente e via via sempre più regolari, fino a diventare passione vera, in certi casi “malattia”, pensiero fisso con il quale far convivere tutti gli altri, più o meno importanti ma sempre dettati dall’incombenza della partita, la domenica o durante la settimana, notturna o pomeridiana che fosse. Dieci anni di vita spesso condizionati da orari ed umori, vittorie e sconfitte, comprensione di chi ha imparato a sopportare inspiegabile euforia o inconsolabile tristezza; ma anche complicità da parte delle tante persone incontrate sulla stessa strada, nello stesso girone dei dannati del calcio. Vicini di gradone, di pullman o di treno, perfetti sconosciuti divenuti amici speciali col passare del tempo, compagni di viaggi impossibili ed episodi irripetibili; sotto il sole di Crotone o la neve di Pizzighettone, nel diluvio di Bologna o nel caldo di Napoli, nel vento di Marassi o nel pomeriggio perfetto di un primo maggio a Padova. Gente con la quale hai pianto senza vergogna, trovando sempre un abbraccio più significativo di ogni parola, o con cui hai condiviso gioie e momenti di felicità che nient’altro potrà mai darti. Ognuno con il proprio personalissimo modo di vivere la tensione della partita o le fatiche di un viaggio, ma tutti con la stessa fede scritta sul cuore spesso messo a dura prova da una squadra sempre in bilico fra disfatte ed imprese. Impiegati e studenti, disoccupati e negozianti, operai, businessman, tutti uguali con una sciarpa al collo ed un filo di voce, in mezzo ai lacrimogeni come nel fumo e nelle luci di una coreografia; nella notte di Cesena, in Sala Dante con la mano al portafoglio, a Vico Equense, nel corteo per la promozione in serie B o sui binari ferroviari prima di Spezia-Genoa. Persone alle quali devi tantissimo, per tutto quello che hanno saputo darti e per la semplicità con la quale ti hanno ceduto un posto in macchina o un panino, facendo il possibile per rimediarti un biglietto o, molto più semplicemente, per averti insegnato a guardare il calcio dall’angolazione meno comoda ma più reale e viva. Quella disordinata e non omologabile, appresa senza tessere e televisioni ma trasmessa con gli sguardi, le espressioni e le emozioni, con la giocata in secondo piano e l’attenzione rivolta a quello che c’è fuori dal campo, all’esterno dello stadio; le strade, i palazzi e le persone delle altre città. Un modo di vivere e pensare il calcio che non cambia con il passare del tempo o le diverse abitudini ed esperienze personali, facendoti vivere la quotidianità con maggior sicurezza e serenità.
Una passione raccontata anche qui, con lo stesso spirito, da dieci anni a questa parte.
(Pubblicatosu www.cittadellaspezia.com il 18/11/2010)
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Kruder&Dorfmeister: il suond di Vienna che affascina la notte di Londra
di Benedetto Marchese
Dall’uscita del doppio “K&D sessions” sono passati ormai dodici anni, ma Peter Kruder e Richard Dorfmeister rappresentano ancora un punto di riferimento nella club culture internazionale, come testimoniano l’attenzione dedicatagli dagli appassionati, ed il successo del tour mondiale la cui data newyorkese ha ricevuto ottimi riscontri anche sull’autorevole New York Times. Un ritorno sulle scene in grande stile, dopo qualche tempo dedicato a progetti paralleli, evidenziato anche dalla prima esibizione a Londra lo scorso 22 ottobre nel raffinato Roundhouse di Chalk Farm, a pochi passi dalla caotica Camden Town. Accolti dai bagarini all’ingresso e dalla giustificata curiosità di un pubblico eterogeneo, affascinato negli anni dall’inconfondibile sound dell’etichetta G-Stone, i due dj viennesi si presentano sul palco dell’arena circolare introdotti dall’mc Earl Zinger e circondati da dodici schermi che sono il valore aggiunto dello show. Un set cronologico “dal passato, al presente, al futuro” come spiega il teatrale e coinvolgente maestro di cerimonia mentre il caldissimo ritmo di Rollin on Chrome abbraccia il pubblico in un ritorno al passato da brividi. Con una sottile linea rossa a disegnare forme caleidoscopiche sui led luminosi, dall’alto della loro postazione Kruder e Dorfmeister aprono così un set che nella prima parte prosegue con i capolavori che li hanno resi celebri: dal remix di “Bug powder dust” di Bomb the bass, a quello di “Useless” dei Depeche Mode. Piccoli pezzi di storia della musica elettronica che costringono agli straordinari decine di digitali ed iPhone puntati verso quello che per lunghi tratti diventa un unico grande scherno cinematografico, con al centro i suoi due protagonisti principali. Attori con l’eleganza di un film di Tom Ford, impeccabili nei loro completi neri e nel produrre un sound che gradualmente vira verso latitudini più house e minimali, accompagnato dalle voci di Zinger e di Ras Tweed, l’altro mc che balla ed improvvisa con lui con tipico accento giamaicano, entrando ed uscendo dai brani scanditi anche dai giochi di luce ed immagini sui monitor. Linee geometriche, figure colorate, sagome in movimento e riprese della crew G-stone, vengono meravigliosamente manipolate da Fritz Fitzke il quale riesce a creare un impianto scenografico che spesso prende il sopravvento sulla musica, portandola ad essere in più di un’occasione colonna sonora dello spettacolo. Fra le suadenti linee di basso e batteria si riconoscono anche produzioni più recenti come “Law of return” e “Voom voom baby”, mentre il finale regala due perle che conquistano senza troppi problemi l’ovazione di un pubblico rapito dallo show. La prima è un omaggio a “We will rock you” dei Queen il cui ritornello fa però riferimento alla G-stone, prima di accelerare su un tempo drum and bass e dissolversi nel capolavoro “Speechless”. La seconda, che chiude un’esibizione quasi perfetta, è la cover di “Let it be” dei Beatles, proposta in versione karaoke e con il titolo modificato in “K&D”. Un finale ironicamente autocelebrativo che risplende nella notte londinese ammaliata dai due brizzolati produttori viennesi.
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“Loud Flash” la storia del Punk raccontata attraverso manifesti e fanzines
di Benedetto Marchese
Alla Haunch of Venison di Londra si chiude in questi giorni la mostra “Loud flash, british punk on paper” con poster, manifesti e fanzines raccolti a partire dal 1977 da Toby Mott, artista nato e cresciuto a Pimlico a pochi passi dal King’s Road a Chelsea, epicentro del movimento che ha cambiato la storia della musica. Tutto inizia al Roxy di Covent Garden, club leggendario del punk, dove Toby festeggia il suo quattordicesimo compleanno e come ogni teenager figlio della working class dell’epoca si avvicina a quel nuovo, rivoluzionario genere che da lì a poco sconvolgerà l’establishment britannico. Inizia ad acquistare sette pollici e soprattutto a collezionare testimonianze cartacee di un movimento che forse come nessun altro è stato caratterizzato dalla diffusione attraverso poster e manifesti anzichè da radio e tv. Capolavori di taglia e incolla ciclostilati, manifesti diretti ed aggressivi “nella noiosa Gran Bretagna degli anni Settanta”. Nella sterminata collezione ospitata dalla Haunch of Venison, i lavori di Jamie Reid e Linder Sterling, rispettivamente per Sex Pistols e Buzzcocks, sono a pochi centimetri da quelli realizzati da perfetti sconosciuti che hanno inventato un vero e proprio stile di espressione grafica e comunicativa che ha segnato l’estetica del punk. Un linguaggio visivo talmente efficace da essere adottato anche da movimenti politici come il National Front e l’Anti-Nazi League i cui manifesti riprendevano chiaramente i canoni delle fanzines e delle locandine del punk; non mancano inoltre alcuni cimeli patriottici del Silver Jubilee della Regina Elisabetta che coincise nel 1977 con l’esplosione del movimento che stravolse la cultura popolare britannica. Quella di Toby Mott è una vera e propria ricostruzione storica del punk fatta attraverso gli slogan e le immagini di Sex Pistols e Clash, Crass e The Jam, Buzzcocks e Ultravox, Sham 69 e Siouxsie and the Banshees e delle decine di locali dai muri tappezzati di locandine che in modo amatoriale ma autentico hanno espresso il disagio e la ribellione di una generazione.
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Ivan, la Tessera e le colpe di chi non vuole responsabilità
di Benedetto Marchese (pubblicato su Cittadigenova.com il 14/10/2010)
Maroni contro Vincenzi, Abete contro Blatter, Governo italiano contro quello serbo. A due giorni dai fatti di Marassi il confronto dialettico sembra non avere fine, fra reciproche accuse di “scarsa comunicazione” e “leggerezza” nella gestione del caso. Niente di nuovo in casi come questi, nei quali molti hanno responsabilità ma nessuno sembra in grado di prendersi colpe per quanto accaduto. Il tutto di fronte ad una città che ancora una volta ha vissuto sulla propria pelle ore di tensione e violenza, ed è nuovamente costretta a fare i conti con danni economici inattesi. Al bilancio dei danneggiamenti, dei feriti e degli arrestati, alla frettolosa corsa a rilasciare dichiarazioni di sdegno e condanna, o più semplicemente al rimbalzo di responsabilità da una parte all’altra, va inoltre aggiunto anche il comprensibilissimo disappunto di chi è arrivato da ogni parte d’Italia per assistere a sei minuti di calcio e due ore di surreale immobilismo organizzativo mentre i bengala volavano sul prato del Ferraris e delegati Uefa e Figc s’interrogavano sul da farsi.
Le assurde immagini del “terribile” Ivan e della sua milizia ultranazionalista hanno fatto il giro del Mondo, suscitando imbarazzo, sorpresa ma anche molte perplessità sulla gestione di una giornata che ha visto gli hooligans serbi agire indisturbati ma “controllati a vista” per le strade di Genova, prima che la situazione degenerasse nel piazzale di Marassi a notte fonda. In molti, frequentatori più o meno assidui di stadi e curve, si sono chiesti come abbiano fatto i teppisti ad entrare all’interno del Ferraris con un numero spropositato di bengala e fumogeni comprati anche in città; ad attraversare tutto il Nord Italia da un capo all’altro viaggiando con pullman carichi di bombe carta e torce sequestrate solo quando il peggio era ormai stato compiuto. Interrogativi più che leciti per chi da qualche anno a questa parte è costretto a fare i conti con trasferte contrassegnate da perquisizioni accuratissime in caselli e parcheggi periferici; a metter in preventivo di dover lasciare nello scatolone di turno accendini, portachiavi o tappini di plastica perché “atti ad offendere”; ultras o semplicemente tifosi abituati a fare i conti con biglietti nominali, movimenti limitatissimi e scorte severe ogni volta che si recano in una città che non è la loro. Abitudini che martedì sono incredibilmente venute meno per una delle frange più violente ed estreme del calcio internazionale.
Sia nel dopo partita che nelle dichiarazioni di questi giorni ha fatto un certo effetto sentir parlare di “violenza inaudita e inattesa” o “mancata intelligence” con la Polizia serba in merito all’arrivo di 3-400 personaggi abituati a ben altre efferatezze rispetto a quelle di due giorni fa. Era sufficiente vedere quanto accaduto nei giorni scorsi per le strade di Belgrado durante il Gay Pride, o ancora più semplicemente dedicare pochi minuti alla visione di video di Stella e Partizan su Youtube, per capire che i palestratissimi e tatuati serbi in tuta e scarpe da ginnastica non sarebbero arrivati a Genova per godersi l’insolito tepore di ottobre attorno alla fontana di De Ferrari. Lì, hanno invece potuto muoversi liberamente fra bottiglie di birra e scritte farneticanti, improvvisando il corteo che li ha portati fino allo stadio fra intemperanze e molta, troppa agilità di movimento. Quando poco dopo le 19.00 un gruppo è passato da Brignole, in molti avevano tubi di ferro e spranghe, bottiglie e torce da lanciare verso i passanti con un esiguo contingente di forze dell’ordine al seguito. Mentre al loro arrivo allo stadio hanno potuto confondersi liberamente in mezzo al pubblico di casa. Per parecchi minuti bar e biglietterie si sono riempite di serbi, molti dei quali nell’inadeguatezza delle indicazioni a loro destinate, si sono ritrovati ai tornelli della Sud, con tutto il tempo di nascondere nelle scarpe o nei pantaloni oggetti di ogni tipo prima di dirigersi verso il proprio settore.
Parlare di “stupore” o “sorpresa” per l’arrivo in città di un gruppo di persone già segnalate in una black list, in viaggio dal giorno prima e soprattutto in larga parte già in possesso, si presume, di un biglietto nominale, sembra quantomeno sorprendente per un Ministero che sta facendo della lotta alla violenza negli stadi uno dei suoi cavalli di battaglia, con decreti e provvedimenti restrittivi sia in termini di prevenzione che di gestione che prima, durante e dopo Italia-Serbia sono sembrati inefficaci. Come ampiamente prevedibile, è stata sottolineata l’importanza della tessera del tifoso che “avrebbe impedito” allo scatenato, e ora apparentemente pentito Bogdanov e alla sua banda, di conquistarsi così facilmente l’ambita vetrina internazionale per lanciare il proprio messaggio politico e propagandistico.
Al di là delle frasi di circostanza però resta indubbio che solo il divieto di assistere alla partita al gruppo in questione avrebbe evitato certi comportamenti che gli hooligans serbi avrebbero comunque compiuto anche se in possesso della famigerata tessera dato che si trovavano tutti contenuti nel settore ospiti, dotati di biglietto nominale regolarmente acquistato e sicuramente già schedati nel loro paese.
L’unica certezza alla luce di quanto accaduto, è stata l’iniziale sottovalutazione di un problema che poteva e doveva essere risolto ben prima della sospensione della partita o della guerriglia urbana nella notte di Marassi con la Polizia costretta al corpo a corpo con gli inesauribili energumeni serbi. Con un po’ più di attenzione da parte di chi mette in campo zelo ed intransigenza solo a fatto avvenuto, forse Genova avrebbe potuto godere di una meritatissima serata di calcio senza diventare involontaria protagonista dei giochi di potere e politica di chi a Belgrado non ne vuole sapere di entrare nell’Unione Europea.
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Alla Brixton Academy notte Hospitality da leggenda
di Benedetto Marchese
Il meglio della scena drum and bass attuale in uno dei locali più affascinanti che Londra possa offrire. Dopo le strepitose serate al Matter di Greenwich, la Hospital Records ha colpito ancora una volta nel segno spostando all’O2 Academy di Brixton l’appuntamento più seguito della scena, che venerdì 24 settembre come prev
edibile ha fatto segnare il tutto esaurito. “Una notte leggendaria” come l’ha definita Tony Colman, boss Hospitality e dj dal tocco finissimo, nel salutare e ringraziare le quasi cinquemila persone arrivate da ogni latitudine, Italia compresa (andata e ritorno per chi scrive). High Contrast ed Andy C, Fabio e London Elektricity, Danny Byrd e Netsky, Darrison, Mc Dynamite ed Mc Wrec; alternatisi uno dopo l’altro a piatti e microfoni in quello che è stato senza ombra di dubbio uno degli eventi più importanti degli ultimi mesi, confermando l’etichetta attiva ormai da una quindicina di anni come la più influente e seguita. Basta pensare al numero di presenze e l’offerta di una città che nella stessa sera proponeva anche Pendulum e Roni Size in altri locali per capire quanta attenzione ci sia verso tutto ciò che viene prodotto dalla label il cui logo campeggia in centinaia di tshirt. Abbondanza musicale inimmaginabile per quanto ci riguarda, unita non solo ad un livello qualitativo altissimo, ma anche ad un’organizzazione ben al di sopra dei nostri standard: agilissima prevendita online, code snelle all’ingresso e soprattutto clima molto tranquillo all’interno. Un successo che deriva probabilmente anche dalla gestione e
dalla cura dei dettagli, dalla promozione attraverso i vari social network, al merchandising fino all’utilizzo di un sound system potentissimo rodato nelle tante serate al Matter. Ma la notte Hospitality a Brixton “dove convergono tutte le strade” come recita lo spot da 23mila contatti su Youtube, è stata memorabile soprattutto sotto l’aspetto musicale, ad iniziare dal set di Colman-London Elektricity supportato dall’ottimo Mc Wrec. Un’esibizione caratterizzata dal raffinato stile tipico del progetto e da numerose incursioni nelle latitudini dubstep accolte con grande entusiasmo dal pubblico, prima del trionfo finale con la splendida “Just one second” cantata live da Esla Esmeralda. Appena il tempo di guardarsi intorno nel maestoso scenario dell’Academy che va riempiendosi, e sul palco arriva High Contrast per uno dei set più belli dell’intera serata. È da poco passata l’una e il ragazzo di Card
iff propone il meglio di una produzione dallo stile inconfondibile con passaggi sulla stupenda “If we ever” e i classici del suo repertorio fino al capolavoro finale dell’emozionante remix di “Baba O’Reily” degli Who che raccoglie l’entusiasmo di un pubblico pronto a vivere fino all’ultimo pezzo un evento incredibile. Subito dopo è la volta dell’uomo del momento in casa Hospital: la consolle passa infatti a Danny Byrd, il cui singolo “Ill Behaviour” e l’album in uscita “Rave digger” stanno catalizzando l’attenzione di tutta la scena. Supportato da un Mc Dynamite in gran forma il produttore di Bath passa abilmente da uno stile all’altro, da “Talkbox” di dj Fresh alle incursioni nella jungle della prima ora con “Out of space” e General Levy fino al monumentale campione di “Apache” dell’Incredible Bongo Band, alla disco anni ’90 e alle sonorità più attuali. Un set davvero interessante che anticipa l’arrivo alla consolle dell’ospite Andy C, accolto dall’ovazione dei cinquemila che poc
o dopo le 3 continuano ancora a ballare senza sosta. I giovani ravers accalcati nelle prime file, gli altri a seguire, fino alla platea del secondo piano, da dove seduti su comode poltroncine si può tirare il fiato godendo dello splendido spettacolo di luci, laser e suoni mentre il boss della Ram, in uscita in questi giorni con il capitolo numero 5 di “Nightlife” e presto protagonista di un documentario interamente dedicato a lui, tiene fede alla sua fama con un set potente e caratterizzato da un sound più cupo e duro. I bassi arrivano al petto, alle gambe stanche ma che non ne vogliono sapere di fermarsi, e si addolciscono solo quando i piatti passano a Netsky. Il talento belga che ha stupito tutti con il suo album d’esordio, inizia alla grande con la coinvolgente “Escape” eseguita dal vivo da Mc Darrison, in quello che è probabilmente il culmine di un party che non finisce di sorprendere, annullando stanchezza e fatica, ma non il passare inesorabile delle ore che costringe a lasciare l’Academy mentre il veterano Fabio prende il posto del giovanissimo collega. Nel freddo pungente di fine settembre la strada da seguire non è più quella di Brixton, bensì quella verso l’aeroporto fuori città, con addosso le emozioni di una serata unica e negli occhi il fascino dell’alba sul Tamigi.
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Festival della Mente/ Da Gutenberg a Google con Enrique Vila-Matas
di Benedetto Marchese
Il libro e l’editoria tradizionale hanno i giorni contati di fronte alla voracità dell’era digitale? No, stando almeno ad Enrique Vila-Matas, intervenuto al Festival della Mente in corso a Sarzana nel dibattito dal titolo “Da Gutenberg a Google”. L’acclamatissimo scrittore spagnolo, “il più grande in Europa” come lo ha definito nell’ottima introduzione il giornalista Andrea Bajani, ha risposto al quesito culturale allacciandosi al tema centrale del suo ultimo libro “Dublinesque” che racconta in modo ironico il tema della scomparsa degli scrittori e quindi dei libri. Una fine che viene celebrata in un vero e proprio funerale celebrato a Dublino nel Bloomsday dedicato a Joyce e che ha per protagonista un editore ed un manipolo di “Cavalieri dell’ordine di Finnegan’s”. “Tutto questo libro è una parodia della fine del mondo –ha spiegato l’autore- un tema che ci ha sempre accompagnati e che corrisponde ad un senso di angoscia esistenziale che ci portiamo dietro. Siamo tutti sull’orlo della fine del Mondo, però nel contempo penso che questo argomento si possa analizzare nel suo lato comico ed ironico. Un’opera nata sotto il segno di Joyce per cercare lo spirito dell’Ulisse e trasformare il grigiore di un personaggio elevandolo a forma d’arte. Lui e Beckett sono gli esempi massimi delle avanguardie del secolo scorso, io ho cercato di segnare i passaggi dall’uno all’altro”. Google contro l’Ulisse, anche se il Finnegan’s che dà il nome all’ordine dei cavalieri non è legato a Joyce ma viene dal nome di un pub, c’è ottimismo, ricerca della verità attraverso la costruzione di una domanda che presuppone ottimismo.
“Scrivo per un tentativo personale di non ingannare me stesso –ha rivelato Vila Matas- cerco di indagare sulla verità della fine del mio mondo e della mia esistenza; bisogna scrivere con uno scopo per arrivare a qualcosa, questo è un fatto fondamentale, ho sempre girato intorno al tema del “no”. M’interessa indagare, mi dà entusiasmo, l’indagine è uno dei motori della mia scrittura”.
Un’ipotetica apocalisse quella di “Dublinesque” raccontata in una forma di scrittura che per Bajani è “in continua evoluzione, un unico grande libro che abbraccia l’intera opera dell’autore” e coinvolge lettori attivi, che la influenzano arricchendola. “Il lettore attivo non è una mia invenzione –ha sottolineato lo scrittore- ma è sempre esistito anche se forse rappresenta una minoranza. I lettori attivi accettano con entusiasmo quello che l’autore offre loro e partecipano alla produzione dell’opera, ciò permette di condividere il proprio entusiasmo. La scomparsa per me è una costante, ma sono convinto che esista una tecnica per scomparire che porti a tornare con forza maggiore”.
Un lettore quello attivo, degnamente rappresentato nel gremito Chiostro di San Francesco, che deve fare i conti anche con la differenza fra realtà e verità. “C’è grande confusione a proposito –spiega l’ospite iberico- Kafka si avvicinava molto di più alla realtà di quanto potesse sembrare. Alla verità si può arrivare più velocemente attraverso la finzione che non con la documentazione dei fatti, è mutevole e costantemente ci sfugge, il realtà la domanda che ricorre sempre quando si parla delle mie opere è la differenza fra realtà e finzione. Io credo siano un’unica cosa, se scrivo di me stesso per forza di cose devo fingere, non posso raccontare tutto; se scrivo di un principe azzurro allo stesso modo posso parlare di me stesso. Sono due aspetti che si mescolano. Se guardiamo un politico che parla in televisione, questo è reale –aggiunge ironicamente- ma racconta finzione, la mia diventa un’interpretazione di quello che mi viene detto. Tempo fa dopo aver lavorato intensamente ad un progetto sono uscito di casa ed al semaforo uno sconosciuto mi ha chiesto se ero in grado di capire la filosofia, immediatamente ho pensato alla finzione, ad un mio personaggio entrato nella realtà. Non escludo che questo episodio possa essere inserito in una delle mie storie in futuro”. La vivacità dello scrittore e la curiosità dei suoi lettori escludono cupi scenari sul futuro dell’editoria così come la conosciamo, e lo stesso Vila-Matas conclude: “Gli editori sono importanti ma anche i critici hanno un ruolo centrale, ciò che conta non è il contenitore ma il contenuto, il problema non è Internet ma quello che ci mettiamo dentro. Se il libro sparirà fisicamente dalla faccia della Terra, ci sarà qualcuno che prima o poi lo inventerà di nuovo, presentandolo al Mondo come una grande ed entusiasmante novità”.
(pubblicato su www.cittadigenova.com il 5 settembre 2010)
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Don Gallo, i Subsonica e le strade che portano al Palacep
di Benedetto Marchese
Le strade di Genova, quelle buie degli ultimi e degli emarginati, ma anche quelle tortuose di un’Italia raccontata in tutte le sue contraddizioni in quasi quindici anni di carriera. Don Gallo e i Subsonica, il prete che va in direzione ostinata e contraria e il gruppo che ha portato la propria musica in ogni angolo della Penisola, e che la prossima settimana toccherà anche lo Sziget Festival di Budapest. Due realtà solo apparentemente distanti, riunite mercoledì dalla strada che porta al Cep, le cui curve sono state drizzate negli anni dall’impegno degli abitanti che hanno creato una comunità forte, attiva, in grado di dare vita ad un luogo come il Palacep nel quale Genova ed i Subsonica hanno reso il dovuto omaggio ad una realtà altrettanto importante. Quarant’anni di attività, quelli della Comunità di San Benedetto, festeggiati da una delle band più vive della musica italiana, sempre attenta e puntuale nell’analizzare le dinamiche e le evoluzioni della nostra società. “Si parla tanto di legge, ordine e presidi militarizzati –ha spiegato il leader e chitarrista Max Casacci dal palco- ma non c’è risposta migliore della socialità, dell’attività notturna e della vita. Invitiamo il sindaco di Genova a fare qualcosa di più sugli orari e sulla qualità degli spazi per rendere viva la città e non lasciare che la notte sia ostaggio dell’illegalità”. Un’idea di spazio attivo d’interazione simboleggiato dalla folla che ha raggiunto la struttura nella quale negli ultimi mesi si sono succedute numerose attività musicali e culturali, che hanno contribuito a far dimenticare l’etichetta del Cep come quartiere difficile, associando invece il suo nome a serate come quella vissuta solo pochi giorni fa. “Qui –ha spiegato Carlo Besana, instancabile promotore delle attività del luogo- abbiamo festeggiato i cinquant’anni di sacerdozio di Don Gallo, mentre stasera celebriamo l’attività della Comunità da lui fondata. Inoltre ho il privilegio di nominarlo socio onorario del consorzio Sportivo Pianacci”. Lui, il prete che invita a fare l’amore con il preservativo, ha risposto con il consueto entusiasmo, sventolando la bandiera della Pace e invitando i giovani arrivati da tutta l’Italia “a tirare su la testa”, a gridare “viva la libertà”, sorprendendo con la sua vitalità coloro che non avevano mai avuto il piacere d’incontrarlo e regalando l’ennesimo motivo di orgoglio ai tanti che da anni lo seguono nelle sue battaglie tenaci ma pacifiche verso l’uguaglianza ed il rispetto per i diritti. Dai volontari della Comunità agli attivisti dei Centri Sociali, fino agli Zero Plastica e gli Assalti Frontali che hanno aperto la lunga serata. Poi la festa più adrenalinica, quella con Strade, Disco Labirinto, Tutti i miei sbagli, Nuvole Rapide e tutti i classici dei Subsonica che Samuel e compagni hanno riproposto dal vivo ad un anno dall’ultimo live, con l’aggiunta dell’inedito ed ironico “Benzina Ogoshi”. Ingredienti di una notte magica lassù al Cep, dove le strade e le persone s’incontrano regalando grandi emozioni.
(Pubblicato su Cittadigenova l’8 agosto 2010)
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Il sogno di un popolo e il ragazzo che lo ha realizzato
di Benedetto Marchese
(pubblicato su Cittadellaspezia il 15/06/2010)
Chiunque abbia perso almeno una volta la voce per sostenere lo Spezia dalla Curva Ferrovia ha sognato in chissà quante occasioni di correre fino a pochi centimetri dalla balaustra ed esultare per un gol. Guardare negli occhi i compagni di tante giornate passate a soffrire per la maglia bianca, di trasferte interminabili in giro per l’Italia; gli amici dei quali negli anni hai imparato a capire tensione, preoccupazione oppure entusiasmo attraverso uno sguardo o una parola. Corsa per un gol contro un’avversaria particolare o in una partita decisiva, prodezza da condividere con chi hai visto piangere per la delusione e gioire come nessun altro, chi ti ha regalato abbracci e momenti resi unici da un legame che va oltre la passione calcistica. Quel sogno, diventato quasi ossessione nella lunghissima vigilia iniziata dopo Legnano-Spezia, lo ha realizzato Alessandro Cesarini passato dai gradoni della curva all’erba del Picco senza perdere l’orgoglio ed il coraggio di chi a quella maglia ha dato e darà sempre tutto. La sua corsa da una parte all’altra del campo è stata quella di ognuno dei suoi tifosi, quelli che ha visto scaraventarsi dall’altro verso il basso man mano che si avvicinava al cuore del popolo spezzino. Ha urlato con loro, ha liberato la gioia per una doppietta impossibile da dimenticare per bellezza ed importanza; con due giocate da campione ha frantumato l’incubo dei play-off riscrivendo la propria storia e quella di una squadra che in due anni ha scalato le pareti dell’Inferno per tornare dove le compete. Tutto in dieci minuti, quando il tenace Legnano stava iniziando ad accarezzare il sogno dell’impresa e lo Spezia non riusciva a trovare la via del gol che avrebbe riacceso lo stadio. Fino al ventiquattresimo della ripresa infatti il Picco aveva vissuto la partita nella morsa della tensione, senza riuscire a fornire il proprio insostituibile contributo, fino a quando il ragazzo con la numero nove ha disegnato la palombella al centro dell’area dove Herzan ha trovato il fallo da rigore. Con l’incoscienza dell’età e la voglia di mettere il proprio nome su una giornata storica Alessandro Cesarini si è preso un pallone abbandonato da tutti e lo ha calciato, dopo una lunghissima attesa e con un po’ di fortuna, alle spalle di Furlan prima di lanciarsi nella prima folle corsa verso i propri tifosi, con il sottofondo di un urlo liberatorio che ha abbondantemente superato i confini del vecchio stadio. Eccolo lì il sogno che diventa realtà mentre l’eroe dei play-off si gode la sua prodezza e tu cerchi di conservare equilibrio e salute in una curva che sbanda di gioia. Anche gli ospiti capiscono che non è tempo per beffe ed amare sorprese, Legnano non sarà mai come Trieste, Como o Vico Equense, questo Spezia ha troppi conti in sospeso per cedere sul più bello. Questa gente deve dimenticare un fallimento, le trasferte improbabili della serie D e le difficoltà della Prima Divisione; questa gente ha una squadra ed un ragazzo che giocano con il cuore e merita tutto quello che novanta minuti, e non di più, possono regalare. Una perla ad esempio, come quella che s’inventa solo dieci minuti dopo ancora lui, ancora Alessandro Cesarini: esterno destro di prima intenzione, palla sul palo e poi in rete, come all’andata con Furlan spettatore immobile. La corsa questa volta è sfrenata, incontenibile come la gioia che in pochi secondi ti fa sentire finalmente lontano da tutto quello che hai vissuto fino a poche settimane fa, dilata le emozioni ed i minuti che non passano mai anche se la fine dell’incubo è ormai vicinissima. La vedi lasciandoti alle spalle Giaveno, Noceto e Ciriè, le amichevoli al Tanca e a Pietrasanta i “campi sportivi” e l’indifferenza della gente. Alla fine dell’incubo c’è la gente che in queste due stagioni è sempre rimasta al proprio posto sotto il sole o la pioggia, è lì e finalmente festeggia con gli eroi di questo Spezia: Lazzaro, Enow e tutti gli altri, compreso il ragazzo che continuerà a correre ancora a lungo sotto la sua Ferrovia.
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“Anteprime, ti racconto il mio prossimo libro”, le anticipazioni di Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo
di Benedetto Marchese
Estendere al pubblico dei lettori gli incontri fra scrittori ed editori che solitamente avvengono nelle redazioni per presentare i libri in lavorazione. L’idea di “Anteprime – ti racconto il mio prossimo libro”, iniziativa che si è conclusa ieri sera a Pietrasanta con Roberto Saviano, è accattivante e sicuramente ben riuscita a giudicare dalla risposta di pubblico dei tre giorni di eventi. La formula è molto semplice e destinata ad essere ripetuta in futuro: trenta scrittori delle maggiori case editrici (Einaudi, Electa, Frassinelli, Mondadori, Piemme e Sperling & Kupfer) raccontano i loro prossimi libri, anticipandone contenuti, approccio e possibili sviluppi narrativi. Nel centro storico della capitale culturale della Versilia si alternano così tra gli altri David Grossman e Corrado Augias, Bruno Vespa e Margherita Hack, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammaniti, Mario Vargas Llosa. Grandi firme della letteratura contemporanea che rendono partecipi i loro lettori di quelli che saranno i libri della prossima stagione. Sintesi perfetta fra un’ottima operazione di marketing ed un festival vero e proprio, la manifestazione patrocinata dal comune di Pietrasanta permette al suo numerosissimo pubblico di confrontarsi con i propri autori preferiti; appassionati che dopo gli interventi attendono pazientemente in coda per il rito dell’autografo con Paul Auster o Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo, scambiando opinioni e pareri. Proprio le due presentazioni di questi ultimi sono state fra le più seguite della seconda giornata. “Il mio prossimo romanzo non sarà né giallo né criminale –ha anticipato l’autore che ha ricostruito le vicende della Banda della Magliana, accompagnato sul palco di Piazza Duomo da Lucarelli e l’editore Einaudi- il mio prossimo libro sarà un romanzo storico. Si chiamerà “I traditori”, ambientato fra Londra e la Sicilia ed in uscita a ottobre, parlerà del Risorgimento italiano e avrà giovani protagonisti che volevano fare l’Italia. Di quella stagione storica –ha spiegato De Cataldo- abbiamo di fronte testimonianze visive in ogni città, eppure sappiamo poco di quanto accaduto realmente; siamo legati essenzialmente a due punti di vista: quello dei complotti e quello delle celebrazioni. Proprio scrivendo il romanzo, nel quale racconto avventure e non meccanismi politici, mi sono accorto anch’io di essere prigioniero di certi luoghi comuni e soprattutto mi sono riscoperto molto più legato al mio paese. Tendiamo a vergognarci della nostra storia –ha poi aggiunto- un esercizio che facciamo troppo spesso; rimpiango un po’ lo spirito di quel periodo perché se mi guardo intorno non ne vedo molto”. Scrittore da sempre attendo ai buchi neri della nostra storia politica e sociale, Giancarlo De Cataldo sollecitato dal pubblico non si è sottratto ad un parere sulla legge “bavaglio” approvata dal Governo. “Giro la domanda a voi cittadini –ha affermato- cosa ne pensate di questa legge? Questa non è una battaglia di giornalisti e pubblici ministeri, è una battaglia di libertà che riguarda tutti”. Dall’Italia del Risorgimento a quella attuale vinta dalla rabbia e dalla paura del diverso di Carlo Lucarelli. “Il mio libro uscirà dopo quello di De Cataldo –ha annunciato il conduttore di Blu Notte- ed avrà come protagonista Grazia Negro, la poliziotta di “Un giorno dopo l’altro” e “Almost Blue”. Tutti i miei libri nascono da una serie di cose che s’intrecciano e da una domanda che parte dall’ultima scritta: cosa succede dopo?. Beh, Grazia dopo il secondo episodio mi era diventata antipatica, poi ho capito che doveva ancora aver a che fare con i suoi problemi familiari ed un serial killer spietato, “il cane” mosso da una rabbia cieca. Ad aiutare la protagonista ci sarà un giovane Carabiniere, caratterialmente molto diverso da lei”. Lucarelli ha poi spiegato così la genesi del romanzo: “Mi ritrovo un periodo in cui il sentimento dominante è la rabbia, quella che sentiamo ogni giorno, che a volte avvertiamo dentro di noi senza motivo. Ho cercato di capire il perché di questo sentimento cercando di capire ancora più a fondo la realtà di Bologna, della quale credevo di aver raccontato tutto. La rabbia sarà il filo conduttore dell’indagine di Grazia Negro”. L’autore, i cui romanzi hanno sempre un solido legame con la musica, si è poi soffermato sull’origine del titolo, non ancora definitivo, del suo nuovo lavoro: “Sia Almost Blue che Un giorno dopo l’altro dovevano il titolo a due canzoni, la prima di Chat Baker e la seconda di Luigi Tenco, questo al momento ha solo un titolo di servizio che è “Il sogno di volare” che apparentemente non c’entra nulla con il tema della rabbia. L’ho scelto ascoltando l’omonimo brano di un cantautore italiano, Andrea Buffa, il quale mi ha colpito per come è riuscito a raccontare la storia del protagonista. Tutti i romanzi sono figli di altre influenze, l’Ottava Vibrazione ad esempio nasceva da una serie di stimoli storici e soprattutto della memoria che riguarda il nostro passato di italiani. Ce la portiamo dietro dimenticata come un bagaglio ma incide moltissimo sulla nostra contemporaneità. Abbiamo un rapporto confuso con la diversità nonostante un passato di contaminazioni sociali e culturali che dovrebbe darci un’altra consapevolezza”. Dal prossimo libro all’attualità televisiva: “Cerco di usare toni –ha concluso- che possano arrivare a tutti, raccontando fatti attraverso la narrazione storica. Confesso che sono stufo di firmare appelli, vorrei non ce ne fosse più bisogno”.
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Intervista/ Macro Marco: stile, autoproduzione e passione
di Benedetto Marchese
Produttore e selecter dal 1994, Macro Marco è senza dubbio uno dei dj più apprezzati della scena italiana che da anni accoglie con grande entusiasmo i suoi riddim ed i suoi remix, non ultimo quello di “Cosmic Sound” per i Casino Royale. Grazie ad uno stile raffinato e ad una tecnica tipica di chi considera i giradischi come uno strumento musicale vero e proprio, col tempo Macro Marco ha creato un sound molto personale influenzato dalla passione per l’hip hop degli esordi a quella per il reggae che ha caratterizzato i suoi ultimi lavori. Dopo aver dato vita al Gramigna Sound ha creato l’etichetta “Macro Beats” con la quale ha iniziato a produrre giovani artisti di altissimo livello che hanno poi contribuito al suo primo vero e proprio Ep “Macro Orchestra” uscito nel 2009. Mi ha parlato della sua attività a poche ore dalla fine delle riprese del nuovo videoclip di Mirko Kiave di Macro Beats.
Iniziamo dal tuo background musicale, come è iniziato il percorso che ti ha portato ad essere uno dei produttori più stimati apprezzati della scena reggae/hip hop italiana?
Il mio amore per la musica black, nasce con me in Calabria, regione di cui sono originario, in un periodo molto caldo come quello dei primi anni Novanta, in cui, sotto la “supervisione” di pionieri, come per esempio Dj Lugi, ho imparato ad amare le varie sfaccettature che compongono questo quadro di sonorità. Sono stato da sempre abituato a sentire, nella stessa serata, rap, reggae, soul, funk, per esempio, cosa che mi ha aperto subito la mente e non mi ha fatto “fossilizzare” solo su un singolo elemento, anche se logicamente, a periodi, mi sono concentrato o “fissato” più su uno che sull’altro.
In un periodo non certo facile per la discografia hai scelto di dedicare sempre più energie alla tua etichetta “Macro Beats Records”, una scelta in controtendenza ma che ha dato ottimi risultati.
I dischi “fisici” sono molto importanti per me, riescono a dirti qualcosa in più sulla musica che stai ascoltando, partendo dai credits di produzione, passando per la grafica della copertina, fino ad arrivare ai testi stampati per esempio. Mettere su una struttura che lavorasse nella maniera in cui io ho sempre sperato che qualcuno lavorasse con me, arrivato ad un certo punto della mia carriera, era una priorità. Poter lavorare indipendentemente da qualsiasi stress discografico, liberamente, e con un’attenzione che può metterci solo chi è pienamente partecipe di un progetto, rende quel qualcosa veramente speciale, se poi ci metti anche l’amicizia che lega me e tutti gli artisti legati all’etichetta, tutto diventa più naturale.
Altro progetto che ti riguarda da vicino è quello di “Blue Nox Academy” qual è il suo fine?
Blue Nox è una crew in cui, oltre a me, militano Kiave, Ghemon, Hyst, Negrè, Mecna, Dj Impro e Rafè (come sopra… tutti amici). Siamo partiti con un blog (http://www.blue-nox.com/), dove ognuno di noi è libero di postare delle notizie, partendo dal pezzo americano appena uscito che ci piace, fino ad arrivare a grafiche o serial tv. Blue Nox è una guida a quello che noi reputiamo valido, e ci piace vederlo come un’alternativa, uno stimolo ad informarsi di più sulle cose che scoprono, uno stimolo ad andare oltre quello che “per forza” vedi, leggi, senti. Partendo dal blog, abbiamo iniziato a lavorare anche su progetti musicali che proponiamo sul sito o in formazione Live.
Sia Macro Beats che Blue Nox hanno permesso a tanti giovani artisti di trovare uno spazio importantissimo, penso ad esempio Boomdabash, Gioman & Killacat, Julia solo per citarne alcuni. Una risposta preziosa a chi sceglie di puntare solo su fenomeni costruiti in talent show televisivi.
Noi non viviamo la musica negli studi televisivi dei talent show o nei negozi dei centri commerciali, persone come me la vivono nelle dancehall in giro per l’Italia, nei Live, negli studi arrangiati a casa, nella quotidianità. Avere l’occasione di scoprire talenti nella realtà, nella tua realtà, quella che vedi sempre, e fare in modo che il loro talento arrivi alle orecchie interessate della gente, e poi magari oltre, e dare la possibilità a questi artisti di vivere le belle esperienze che, per esempio io, ho avuto già la fortuna di vivere, è la cosa più bella che ti possa capitare, ti ripaga del lavoro che c’e’ dietro.
Da tempo fai parte anche della Red Bull Music Academy, a tuo parere come sono cambiati negli ultimi anni l’approccio alla club culture e la figura del dj, e quanto ha influito Internet?
Quella dell’Academy è stata un’altra di quelle cose che mi ha aperto la mente. Sicuramente anche il djing e la club culture, come tutto, si sono evolute vertiginosamente in maniera direttamente proporzionale al progresso tecnologico, ma credo più sotto l’aspetto prettamente tecnico, organizzativo e di promozione, mentre credo che la reale centralità della figura del dj sia la stessa dai tempi dei Block Party di Kool Herc nel South Bronx… aggregazione, intrattenimento e divertimento rimangono i capisaldi del nostro lavoro. Puoi essere bravissimo a mettere i dischi a tempo, ma se non trasmetti altro, difficilmente rimarrai impresso nella memoria dei tuoi spettatori.
Dopo numerosissime collaborazioni, fra cui quella con i Casino Royale e Sud Sound System, nel 2009 è uscito “Macro Orchestra Love Edition” tuo primo lavoro vero e proprio nel quale oltre all’aspetto musicale hai curato anche quello che ha riguardato i testi. Il risultato è stato ottimo, stai già pensando ad un nuovo capitolo?
Sono già al lavoro per il mio secondo EP, che dovrebbe uscire entro la fine dell’anno.
Per chiudere, la tua esibizione qui a Genova sarà un prologo alla Festa del Sole di fine giugno, evento reggae sempre curato da Raidicicaballanu, rimanendo in tema festival, quanto pensi abbia perso l’Italia a livello culturale con la partenza del Rototom Sunsplash a Benicassim?
Il Rototom lascia un vuoto enorme, soprattutto per il motivo e il modo in cui l’abbiamo perso. Il fatto che stiano nascendo e crescendo altre belle situazioni in giro per tutta la penisola, da una mano a tutti i fan a cicatrizzare questa ferita, ma il segno credo che ce lo porteremo addosso per un po’. Speriamo si possa dare presto il bentornato in Italia al più grosso festival europeo.
(pubblicata su Cittadigenova l’11/06/2010)
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