Intervista a Danno dei Colle der Fomento

DANNO

di Benedetto Marchese

(Pubblicata su Cittadigenova il 10/02/09)


L’hip hop come stile di vita, la metrica e il microfono come armi per resistere nelle difficoltà di ogni giorno, nella Roma che si rispecchia nei mille vizi e nei problemi di un’Italia che i Colle der Fomento da una quindicina d’anni attraversano spinti dall’amore per il rap e dalla voglia di lasciare un messaggio. Recentemente sono tornati anche a Genova e alla Spezia, dove ad attenderli hanno trovato un May Day entusiasta che ha seguito a memoria tutti i brani dell’infuocata esibizione. Due piatti e altrettanti microfoni; parole su parole incastrate in rime taglienti e temi attualissimi, accompagnate da basi sapientemente costruite. Rap “Cuore più cervello” raccontato a Cdg da Simone “Danno” Eleuteri che con Masito e Dj Baro rappresenta il lato più credibile e coerente dell’hip hop italiano.

Siete tornati Alla Spezia dopo tre anni, un periodo abbastanza lungo nel quale oltre al disco “Anima e Ghiaccio” ci sono stati altri progetti; ma quanto è cambiata la società che vi circonda e inevitabilmente influenza il vostro modo di scrivere?
Tutto cambia…e tutto si trasforma in teoria, per cui è facile risvegliarsi un giorno e guardarsi indietro e trovare tanti dubbi al posto delle vecchie certezze sui cui avevi fondato la tua vita. Credevo o meglio speravo in un genere umano più capace di volersi bene, di prendersi cura di se stesso e invece noto tutti i sintomi di una forte tendenza all’autodistruzione, come se ci fossimo dichiarati guerra da soli. E se un tempo l’autodistruzione era a suo modo una forma di ribellione e di libertà, oggi è tanto fashion quanto il resto dei prodotti esposti in vetrina. Oggi è tutto molto maleducato, come se provare un po’ di amore verso se stessi o verso gli altri fosse da sfigati. Oggi va di moda il bullo, vanno di moda le pistole, i coltelli e i tirapugni come loghi sulle magliette; oggi nei videogiochi non piloti piu’ astronavi in guerra contro gli invasori alieni, ma fai il pusher che deve conquistare la sua piazza di spaccio. E in tutto questo fatico sempre di piu’ a trovare i motivi per sorridere, per questo se ieri scrivevo “Odio pieno”, oggi mi sento di dire che il Colle scrive per quel poco di amore che è rimasto, verso quelle poche cose o persone che ancora ci danno un senso alla vita.

Qui vi siete esibiti in uno spazio autogestito stracolmo di persone, mentre altrove stavano sgomberando una realtà simile e con una storia lunghissima. Dopo molti anni non si è ancora capito il valore sociale e culturale di certi spazi?
Mi permetto di dire una cosa forse scomoda: questo valore sociale e culturale, non si è capito perché spesso non è stato ben curato dagli stessi spazi. Il Colle ha sempre suonato in centri sociali e in spazi autogestiti e ha sempre supportato queste realtà sentendole di gran lunga piu’ vicine rispetto alle discoteche o i club fighetti. Ho paura però che molti centri sociali non si siano più di tanto evoluti rispetto a quindici anni fa, che ci sia ancora troppo una mentalità del “più un posto è sporco e tirato su con lo spago e meglio è”. Conosco alcuni centri sociali (il primo esempio a parte il May Day può essere il Rivolta di Marghera) che hanno cercato di organizzare bene le proprie attività sia musicali che culturali o sociali; che hanno lavorato per costruire uno spazio che oltre ad essere “contro il sistema” fosse anche funzionante e capace di offrire delle reali alternative in fatto di servizi. Il problema è che ne servono di piu’ di posti ben organizzati e bisogna portarli ancora più vicino alla gente normale. Il centro sociale non deve essere solo la casa del punk o del Rudeboy di turno, ma deve essere capace di arrivare anche al cittadino normale, che magari non conosce le alternative che il centro sociale può offrire.

Siete in giro ormai da una quindicina di anni, usciti indenni da tutte le fasi del movimento hip hop in Italia, dai primissimi anni underground a questi ultimi in cui si è consolidato come genere “per tutti”. Come è cambiato il vostro pubblico e il suo approccio alla vostra musica?
Ah, vallo a sapere, in realtà vedo moltissimi giovani, il che mi fa piacere, vuol dire che nonostante per scelta abbiamo deciso di non fare un rap troppo “da ragazzini”, le nuove generazioni apprezzano e vogliono sapere; mi chiedono com’era tempo fa o capiscono che il rap lo sappiamo fare. Vedo anche molti della nostra età e con loro c’e’ una sorta di affetto sincero, una sorta di legame generazionale che unisce tutti quelli che hanno vissuto l’epoca in cui Neffa regalava piccoli momenti di magia quotidiana con i suoi freestyle sui palchi. In realtà io penso che i supporters del Colle abbiano con noi un rapporto che non si basa solo sulla musica, c’e’ una sorta di “fiducia” che entra in gioco, basata sul fatto che non si sono mai sentiti traditi da noi. Probabilmente mettiamo molto nei testi, e questo fa si che al di la della musica nuda e cruda si crei un legame anche “mentale”, di “attitudine”, fra noi e i nostri fans piu’ accaniti. Quasi a dire “crediamo nella stessa cosa”.

Voi che della coerenza e dell’amore per quello che producete avete sempre fatto un cavallo di battaglia, come vi rapportate ad una scena che ultimamente spinge e produce modelli copiati dalla scena americana; gangsters più che da rappers?
Eh, ti dico una cosa: io sono il primo ad essermi ispirato tantissimo agli americani, la differenza è che prima i modelli erano diversi. Quando abbiamo fatto “Scienza Doppia H” io ero molto preso dalle cose Rawkus e dai discorsi sull’hip hop underground da backpacker (come vengono chiamati in America i nerd dell’hip hop). Anche quello era copiare o comunque ispirarsi, lo dico senza vergogna. Oggi va di moda il criminale, ritorniamo al discorso di prima, è cambiata la società e di riflesso è cambiato il rap, e io oggi non lo ascolto più tanto. Dico una cosa brutta, che ha già detto Bean prima di me: da quando ho cominciato a capire bene i testi, il rap mi è sembrato sempre piu’ una musica lontana dal mio modo di vedere il mondo. E anche la musica è cambiata, le basi di oggi non dico che siano brutte, anzi, è che hanno un’altra intenzione. All’inizio il rap non era nato per far ballare le spogliarelliste al palo, era più grezzo, aveva più di inventiva. Oggi tutti fanno la stessa cosa, tutti hanno gli stessi suoni e tutti bene o male ripetono sempre gli stessi concetti. Per fortuna che c’è Sean Price che mi tiene in vita insieme a Ghostface, Doom e pochi altri.

A questo proposito secondo te la grande diffusione di MySpace dove chiunque può caricare la propria musica, ha abbassato il livello generale o rappresenta comunque un mezzo accessibile a tutti per farsi notare?
Aiuto, domanda cruciale! Non lo So, Myspace da enormi possibilità a chiunque di farsi notare. E su questo bisognerebbe ragionare, tenendo presente di cosa l’esibizionismo fa fare a certa gente. E non aggiungo altro.

Qual è il vostro rapporto con il cinema, tema spesso ricorrente nei vostri lavori, da certe sonorità anni Settanta, alla partecipazione al progetto “Gli originali” con Franco Micalizzi, fino a Toro Scatenato, Guerre Stellari e alla citazione di “Accattone” nell’intro dell’ultimo album?. Soprattutto quest’ultima, è una riflessione sul mondo delle borgate e della città vista “dal basso”?
Più che altro è un richiamo a quello che ci piace. Nel rap di solito si mettono dentro se stessi e le proprie esperienze, per cui anche quello che ti ha colpito e che ti è piaciuto. Pasolini ha fatto dei film, soprattutto i primi in bianco e nero che sono dei capolavori, capaci in qualche modo di farti vedere come era la vita in quel periodo e in quei posti, come le borgate o la Roma di Accattone. Svelava un lato ancora piu’ umano, per quanto terribile a volte dell’umanità. Sembra che oggi sia difficile raccontare l’Italia per come è realmente, e invece io vorrei piu’ film come Gomorra, che mettono la telecamera in strada e riprendono senza troppi trucchi o finzioni. Noi del Colle abbiamo spesso gusti differenti in fatto di cinema, ma siamo tutti e tre d’accordo su mostri come Pasolini, Risi, Scola e Ferretti, o su nomi come Gassman, Tognazzi, Manfredi. Questi attori che ti raccontavano l’Italia con delle smorfie, quando lo stesso film era in grado di farti piangere, ridere, pensare e sognare. Tutto in poco piu’ di un ora e mezza; per non parlare di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, forse il piu’ bel film di sempre secondo il parere del Colle.

A tal proposito, vi è capitato più volte di prestare dei brani a dei film, ultimo in ordine di tempo “Più forte delle bombe” nella produzione americana “Jumper”, ma vi è mai stata proposta o avete mai pensato alla realizzazione di un’intera colonna sonora?
Beh ma noi facciamo rap, piu’ che altro scriviamo rime e più che altro le scriviamo quando ce l’abbiamo contro qualcosa o qualcuno. La colonna sonora è un lavoro per i musicisti veri, mi piacerebbe tantissimo ma non penso saremmo mai in grado di fare un intera colonna sonora, e ti dico di più, il rap, con tutte le parole che contiene è una musica che si adatta poco per il cinema secondo me. Va bene per i film “rap” o per i nuovi gangster movie, ma io in un film preferisco quasi sempre un accompagnamento strumentale che una canzone vera e propria.

Per chiudere, state già lavorando al seguito di “Anima e Ghiaccio”?
Certamente, a breve uscirà il nuovo singolo di presentazione del quarto album del Colle e se tutto va bene entro un anno dovrebbe essere pronto il nuovo lavoro…yo!



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